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E nemmeno Letta è riuscito a tenere a bada le correnti nel partito

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Francesco Storace
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Da Zingaretti a Letta nel Pd non è cambiato nulla. Anzi, i voti sono pure calati ma nella sostanza chi guida il partito è ostaggio delle correnti.
Letta non ha usato la stessa verve polemica di Zingaretti nel suo ultimo discorso da segretario, ma gli argomenti usati paiono gli stessi. Magari più ammorbiditi dalla corazza democristiana del personaggio.
Se Zingaretti sparò a zero contro le correnti, Letta si è limitato ad un affresco. Ma se non è zuppa è pan bagnato.
Ha detto il segretario che se ne va: “Il lascito principale è la forza di cambiare una cosa, complicata: il segretario del nuovo Pd non può passare l'intera giornata a mettere tutte le energie in una composizione degli equilibri interni. E poi, a fine giornata, con le energie residue, pensare a cosa dire agli italiani. Il segretario deve avere il tempo, dalla mattina, di lavorare a cosa dire agli italiani. E' fondamentale".
Insomma, è davvero una vitaccia quella del segretario del Pd, quasi uno di quei mestieri che gli italiani non vogliono più fare.
Perché con poche parole il segretario uscente ha descritto un incarico soggetto ai veti più disparati nel nome di un correntismo che faticano a stroncare dalla vita del partito.

 

 


Bonaccini e Schlein, De Micheli e Cuperlo, dal canto loro combattono la loro sfida per la leadership del Nazareno giurando di non voler più sopportare il peso delle correnti. I cui capi, peraltro, se ne fregano degli ammonimenti dei candidati sapendo che dopo il 26 febbraio – data delle primarie – tutto dovrà proseguire esattamente come prima.
L’unica incognità di questo congresso che fa davvero sbadigliare è se il giorno dopo partirà o meno l’ennesima scissione dal Pd. Quando si dice, a cominciare dal favorito Bonaccini, che il gruppo dirigente dovrà fare qualche passo indietro, nessuno può escludere fughe clamorose. E nel caso saranno ancora dolori per i democratici.