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Lo Stato come una sezione di partito: i ministri fanno nomine mentre se ne vanno

Francesco Storace
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Sta succedendo quello che non dovrebbe accadere mai. Si vota il 25 settembre e i ministri del governo dimissionario dovrebbero stare quieti, quanto alle nomine di “competenza”. Tra virgolette, perché anch’essi dovrebbero limitarsi al cosiddetto disbrigo degli affari correnti. E invece…
Da più parti giungono segnalazione di movimenti dirigenziali di alta amministrazione, a partire dalle direzioni generali, che servono a ipotecare i primi tre anni del prossimo governo.
Tra quelli che si stanno distinguendo di più nell’operazione nomine, il ministro della Salute Roberto Speranza, che ha messo le mani sull’incarico più importante del suo dicastero, la direzione generale della programmazione. Qui dovrebbe arrivare Stefano lo Russo, suo compagno di gioventù nella scuola di Potenza.

 


Anche altri ministri ci stanno provando e questo non va affatto bene. Quel che meraviglia è il silenzio del premier, Mario Draghi, a cui diverse interrogazioni parlamentari hanno segnalato un problema che è anzitutto etico.
Ma pare che a Palazzo Chigi se ne stiano fregando, il che lascia briglia sciolte ai vari membri della compagine di governo. Persino il tecnico Colao si starebbe dando da fare in queste ore.
In generale, è davvero scandalosa la moda di nominare propri fedelissimi nei posti chiave in finale di mandato. È come pretendere di continuare a comandare senza averne titolo.

 


In presenza di una situazione del genere, si punta a mettere in difficoltà il prossimo esecutivo, bloccandone il diritto a nominare dirigenti nuovi per realizzare il programma proposto agli elettori italiani di qui al 25 settembre.
È una pratica davvero scellerata quella che è in atto, perpetrata soprattutto da quelli che ogni giorno “istruiscono” il centrodestra sulla sobrietà necessaria all’azione di governo.
Invece è ipocrisia bella e buona, perché si pagano cambiali a quanti hanno servito la causa (loro) fino all’ultimo minuto. Trattare lo Stato come una sezione di partito è inaccettabile.