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Camere separate per i coniugi Franceschini: è il reddito di militanza

Francesco Storace
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Alla fine ce l’hanno fatta. Sì, si deve ancora votare ma con questa legge elettorale si sa chi sarà eletto al momento della presentazione delle liste. E dopo qualche anno d’amore, i coniugi Franceschini – che la politica in istituzioni diverse stava tenendo troppo lontani – potranno ricongiungersi. Anche se in Camere separate. Lei, Michela Di Biase, a Montecitorio. Lui, Dario Franceschini, al Senato. Lei, capolista a Roma del Pd. Lui capolista a Napoli, sempre del Pd. Parità salariale di genere.

 

 

Una storia che ha suscitato scarsa indignazione, eppure ce ne sarebbe voluta. Appena qualche articolo, come se fosse normale candidare moglie e marito nello stesso partito. Certo, ci sono diversi casi di coniugi onorevoli, ma il più delle volte in Parlamento ci si sono fidanzati… in questo caso c’è un segretario di partito, Enrico Letta, che li unisce in matrimonio elettorale. Si difende la Di Biase: ma insomma, ho un curriculum di tutto rispetto, ho fatto la gavetta, in Comune come alla Regione Lazio, faccio politica con passione da una vita, arriva il mio momento e bisogna per forza criticarmi? Arrivano in soccorso anche legioni di femministe a strillare contro la misoginia: “Michela se lo merita”.

 

 

Ma la domanda del Diario è un’altra. Se “Michela se lo merita” – e sarà sicuramente così – il Pd non poteva candidarla al posto del marito che in Parlamento ci sta da un bel po’ di tempo? Oppure basta spostarlo di Camera per apparire eticamente corretti? Eppure, non si è levata una sola voce dal Pd. Anzi, si sono gettati a mare fior di personaggi, ma nessuno ha osato chiedere conto di una operazione così discutibile. Forse perché non la considerano affatto discutibile, anzi normale. In fondo che cosa vuoi che siano due stipendioni in casa da parlamentare? Reddito di militanza.