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Quant'è triste (e furbacchione) Luigi Di Maio. Ma non passerà alla storia

Francesco Storace
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A Luigi Di Maio qualcuno dovrebbe spiegare che ogni volta che la sinistra ti accarezza è come il diavolo: vuole l’anima. E lui si è fatto fregare, illudendosi di trovare la strada della salvezza. Oppure, all’opposto, si è messo d’accordo con Letta e soci per qualche piatto di lenticchie e pochi posti in Parlamento e chi se ne frega dei suoi seguaci scissionisti. Insomma, o traditore oppure fesso. L’alternativa per lui è tutta qui. Perché le cose si stanno mettendo davvero male, dopo che Letta e Calenda si sono accordi tra loro per far fuori gli ex Cinque stelle dai collegi uninominali della sacra unione “contro le destre”.

 

 

Di Maio è impazzito alla notizia, perché vorrebbe dire correre con il suo Impegno Civico senza alcuna possibilità di superare lo sbarramento al 3 per cento. E siccome spera nella blindatura nella lista del Pd, il fatto che lo si sia fatto sapere trasforma automaticamente il suo nuovo soggetto politico in “impegno cinico”. Contro la truppa che lo aveva seguito. Di qui la sua disperazione. Nega di aver trattato per sé e al massimo per Vincenzo Spadafora e Laura Castelli, ma nessuno gli crede. Anche perché c’è da sistemare pure il solito Tabacci, che certo non vuole rimanere a piedi dopo aver messo a disposizione – per evitare le difficoltà a raccogliere le firme per presentare la lista – il simbolo del suo eterno “Centro democratico”.

 

 

In pratica, la scissione è diventata una fregatura. Di Maio forse raccatterà un’altra legislatura grazie a Letta, ma certo non passerà alla storia dopo la grande “sola” che ha rifilato ai poveri sessanta che gli hanno creduto. Hanno salutato Giuseppe Conte con un ciaone e adesso rimarranno a spasso. Comunque, ancora non sa dove sarà candidato. Perché ovunque il Pd gli promette il posto, saltano su i militanti a gridare di no. Mala tempora currunt, qualcuno gli spiegherà che significa.