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Draghi e Conte si contendono la palma del casino chiamato crisi

Francesco Storace
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Il candidato illustri in quale articolo della Costituzione italiana si prevede che sia il presidente del Consiglio - non votato - a sfiduciare il Parlamento e non più il contrario: tra poco toccherà modificare i manuali, con questa pazza crisi di governo. Stiamo a discutere su un esecutivo che va per aria nonostante la larga maggioranza che ha avuto al Senato sul decreto legge aiuti. Ma è inutile gridare alla catastrofe causata da un ex premier (“per vendetta”, bofonchia Di Maio con una faccia tosta incredibile) contro quello in carica. Perché ci sono responsabilità parallele sulla crisi e sull’eventuale voto anticipato, che dovranno dividersi in due: Mario Draghi e Giuseppe Conte.

 

 

Il premier, dominus dell’attuale situazione, ha praticamente sfiduciato il Parlamento. Nel 1987 la Dc bocciò col voto il suo premier, Amintore Fanfani, per andare alle urne contro Craxi. Qui è direttamente il presidente del Consiglio a sfiduciare le Camere. È bravo, Draghi, ma pure un po’ presuntuoso: non tollera la lesa maestà. Ai suoi, Conte invece quasi quasi è tentato di dire che stava scherzando facendo negare la fiducia al governo a Palazzo Madama, “e che ne sapevo io che quello si offendeva e si dimetteva”, pare dire.

 

 

Fatto sta che tra due signori non votati da nessuno non se ne fa uno solo capace di capire che la politica è fatta anche di dialogo. E che se è mancato, di qui a mercoledì giusto un miracolo – in una politica di peccatori e non di santi – potrebbe rabberciare la situazione politica. Poi, se a tutto questo casino si aggiunge anche la penosa insistenza di Enrico Letta nel voler andare avanti con lo stesso governo di adesso, vuol dire che il circo è ormai alla fine. Alle incompatibilità politiche e personali bisognava pensarci un tantinello prima. Avete rotto i cocci e non sapete come incollarli. Tutto qui.