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Ancora violenze nelle carceri, ma la Cartabia dice no al Taser

Francesco Storace
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Ogni giorno le cronache dalle carceri ci rivelano violenze inaudite. Certo, fecero rumore i gravissimi incidenti di Santa Maria Capua Vetere e non solo. Ma si sottovaluta sempre quel che subisce quotidianamente la polizia penitenziaria.

L’ultima viene dal nord, carcere di Verona. Lì un detenuto nordafricano ne ha combinate più di Carlo in Francia. Prima ha aggredito un medico dell’istituto; poi si è scagliato con delle lamette contro gli agenti intervenuti e ha ferito a un orecchio uno dei coordinatori di reparto.

È solo uno degli episodi che fanno assomigliare gli istituti penitenziari sempre più ad autentiche polveriere. E non va bene.
Da tempo si sollecita, a tutela degli agenti, l’introduzione del Taser nelle carceri. Fuori, dove è consentito, è utilizzato e blocca con facilità il delinquente malintenzionato.

Invece, in carcere non si può. E pare che sia proprio Marta Cartabia, ministro della giustizia, a opporsi al suo utilizzo. La scusa è che si tratta di armi, che in carcere “non possono entrare”. E così si fa a meno di un potente dissuasore di violenze contro i nostri uomini in divisa.

Deputati della Lega sono tornati a sollecitare la Cartabia con interrogazioni parlamentari, perché oggettivamente non si comprende perché ci debbano essere ostacoli incomprensibili all’utilizzo del Taser contro chi si scaglia all’assalto degli agenti.
Armi? Sì, ma ad impulsi elettrici e con una buona formazione degli agenti della penitenziaria possono essere utilizzate per sedare i ribelli in carcere.

Le nostre prigioni sono sempre più affollate e l’invibilità di certi istituti non può essere scontata da chi serve lo Stato solo perché un ministro non ne vuole comprendere l’utilità. L’auspicio – a partire dai sindacati del corpo – è che si superi ogni difficoltà che appare davvero strumentale e si consenta agli agenti di fare bene il loro delicatissimo mestiere. E ci mancherebbe altro.