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I “veti” in Europa sono un diritto dei popoli: il caso Orban

Francesco Storace
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Ogni tanto qualche trombone di Palazzo se ne esce – a proposito di Unione europea – con la più classica delle sciocchezze: “ma basta con le decisioni prese all’unanimità, ma basta col diritto di veto”.

Ma certo, a casa nostra devono decidere altri, nel nome dei loro interessi e non certo dei nostri. Semplicemente ridicolo.

Ad agitare il dibattito tra gli euromani è di nuovo il caso Orban. Il premier ungherese non ha esitato a far saltare la discussione sulle sanzioni concernenti l’embargo petrolifero verso la Russia, semplicemente per tutelare il proprio Paese.

Si risolleva il coro, “non si può bloccare l’Europa per il veto di uno solo”. E meno male che c’è almeno uno ad avere il coraggio di dire di no.

In Europa, o meglio nell’Unione europea, ci si sta per libera scelta e in rappresentanza del proprio popolo. Se i partner si accordano per far fuori i diritti di uno di loro, bisogna costringerlo ad andarsene oppure ci si dialoga per trovare una posizione che sia giusta anche per lui?

Se l’Unione europea ha un senso democratico, esso sta innanzitutto nel rispettare i diritti di tutti e non solo di alcuni. Non può essere una maggioranza di Stati membri a decidere anche per chi non è d’accordo.

La rappresentanza non è un regalo del sovrano, ma la stabilisce ogni singolo popolo. In Ungheria, ad esempio, non votano gli europei, ma gli ungheresi. Ed è ovvio che chi li rappresenta debba fare gli interessi del suo popolo e non di quelli di altre Nazioni.

Si dice: ma qui si parla dell’interesse europeo. Giusto: ma lo si concorda con tutti e non con alcuni. Nel caso del petrolio, Orban lamenta assenza di compensazioni per il suo Paese. Non ha titolo per rivendicarle? E chi lo stabilisce? Di questo passo basterà una maggioranza a far fuori i diritti di chi è escluso dal processo decisionale. Ma in quel caso ci sarà chi si porrà la questione se conviene o no restare nella Ue. Dopo l’allargamento si punta al restringimento?