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Tanti dubbi sul ciaone di Mario Draghi alla politica

Francesco Storace
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In molti si sono cimentati nei commenti a quello che è apparso il ciaone di Mario Draghi alla politica. A dicembre si era definito un nonno al servizio delle istituzioni e tutti la capirono come un’autocandidatura al Quirinale. Ora, dopo la delusione per il Colle mancato, l’affermazione opposta. Il lavoro me lo cerco da solo, non ho bisogno della politica. Il che potrebbe non significare affatto l’intenzione di abbandonare l’impegno istituzionale. Di qui al 2024 ci sarà il rinnovo della Commissione europea e da lì potrebbe ritrovare nuova gloria, magari alla presidenza. Basta aspettare un anno dopo le politiche del 2023 per farsi acclamare pure lì.

 

 

Del resto lo sanno tutti che anche ai tecnici il sapore del potere non dispiace affatto. E chi si trova a fare il presidente del Consiglio dopo aver avuto la tentazione di fare il presidente della Repubblica, non può essere certo tipo da starsene con le mani in mano. E quindi il futuro incombe. Poverini quei “centristi” che sognavano di arruolare Draghi tra le loro fila. Chi ha rivestito gli incarichi istituzionali di altissimo livello che il premier ha nel suo curriculum non può certo cimentarsi alla guida di uno schieramento che sarebbe rissoso per percentuali elettorali di minimo livello. Tra l’altro una tentazione più per loro che per lui, che infatti l’ha respinto con una scacciata della mano.

 

 

Draghi non ha alcuna intenzione di farsi un partito proprio, non è Mario Monti, che almeno è riuscito a farsi nominare senatore a vita al tempo di Re Giorgio Napolitano. E in effetti nessuno ce lo vedrebbe ad impazzire attorno alle liste elettorali e ai meccanismi contorti di una forza politica. L’esempio dei Cinque stelle arriva subito alla mente come forza di dissuasione assoluta. Se avrà pazienza, il premier se la giocherà in Europa. Anche perché Sergio Mattarella non sembra avere affatto l’intenzione di mollare anzitempo il nuovo mandato quirinalizio.