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Zan e i suoi compari tacciono troppo sul caso di Luca Morisi

Francesco Storace
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A Repubblica non è sufficiente che la vita di Luca Morisi sia stata data in pasto alla pubblica opinione. No, insistono titolando che “il caso non è chiuso”. Che altro pretendono? In fondo, lo scandalo diventa quello di un’informazione che ha bisogno del nemico, del bersaglio da offrire sulla pubblica piazza, così tanto per picchiare a destra. Si vuole tentare di attribuire responsabilità penali che non ci sono in una storia che riguarda solo la vita privata di un uomo. Ma siccome il “colpevole” è Luca Morisi – compresa la sua amicizia con Matteo Salvini – allora bisogna tenere a galla un caso che dovrebbe semmai tenere sul banco degli imputati i tanti sciacalli all’opera in queste settimane.

 

 

Si telefona al procuratore capo di Verona Angela Barbaglio che dice cose assolutamente ovvie ma ci si fa sopra un titolo: "È prematuro parlare di archiviazione, il pm a cui è stato affidato il fascicolo sta conducendo altri accertamenti. Ogni ipotesi, compresa quella che vede Morisi vittima di un possibile ricatto dei due escort romeni, è al vaglio". Ovvero, una vittima per Repubblica diventa un complice. Eppure le risultanze sono già chiare ed è evidente che i magistrati non vogliono commettere altri errori, dopo i dubbi sulla tempistica di una stranissima “indagine”.

 

 

Quel che meraviglia ancora di più è il silenzio della moltitudine che strilla all’omofobia ogni volta che accadono episodi simili. Per Luca Morisi non si spende la sinistra, non aprono bocca le associazioni gay, al massimo qualche presa di posizione che resta isolata. Come a dire che se un omosessuale è di destra, ben gli sta. Siamo alla vergogna vera, allo scandaloso comportamento che colpisce il nemico politico a qualunque costo. C’è materia per rifletterci su e tanto se mai dovessero discutere la legge Zan. Perché i suoi promotori sono stati tutti silenti.