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Conte si crede ancora premier e vuole far fuori il ministro Cingolani. E Draghi?

Francesco Storace
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A che titolo? Nel dormiveglia di un Palazzo che fatica a riaprire i battenti postferiali, non sono pochi a chiedere lumi sull’ennesimo schiaffo a quella forma che in politica e nelle istituzioni è sostanza. E anche se tutto è accaduto attorno alle giornate di Ferragosto non è un motivo per mettere sotto silenzio l’incredibile sgarbo del nuovo capo pentastellato. Perché è vero che la forma è sostanza, a meno che non sia vero  al tempo di Mario Draghi con le chiacchiere sulla concretezza. Ma è passata quasi sotto silenzio sulla stampa l’ultima di Giuseppe Conte, che si è permesso il lusso di “convocare” il ministro della transizione ecologica, Cingolani. “Dobbiamo parlare a quattr’occhi”, gli ha fatto sapere a mezzo stampa e già questo fa a pugni con la tradizione delle istituzioni repubblicane.

 


Il governo come sezione di partito, con i membri dell’esecutivo chiamati a rapporto dal Capo che li ha voluti al loro posto. Non per un confronto sulle idee da rappresentare all’Interno del Consiglio dei ministri - che ci starebbe pure - ma per una reprimenda annunciata urbi et orbi. Stupisce che il premier se ne sia rimasto zitto di fronte ad una forzatura istituzionale nella quale Conte è arrivato persino a indicare il giorno del giudizio: il 14 settembre. Cingolani sarà giustiziato dall’avvocato del popolo pentastellato? Che cosa dobbiamo aspettarci in quella giornata davvero inusuale nell’agenda di un governo che dovrebbe farsi rispettare da tutti? 

 


Probabilmente Conte non si rende neppure più conto di non essere più a Palazzo Chigi e si cimenta in figure davvero ridicole, magari suggerite da chissà quale nuovo consigliere. Ma resta tutto inaccettabile e c’è da giurare in nuove polemiche. Il premier in carica non potrà tacere. Perché Conte non “convoca” Cingolani per fargli i complimenti; bensì per imporgli una robusta correzione di linea nella gestione del suo ministero. E Draghi che ci sta a fare?