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Castelli condannata per la lingua lunga. Concilia e non si dimette

Francesco Storace
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E adesso, madame Castelli? Che si fa? La viceministra dell’economia – Dio ci perdoni – Laura Castelli, si è beccata una condanna per diffamazione. Lingua lunga, insomma. E già questo, secondo qualcuno dei codici improvvisamente spariti dal percorso dei Cinque stelle dovrebbe essere motivo sufficiente per dimettersi.

 


Ma se andiamo bene a fondo nella vicenda, scopriamo che la diffamazione per cui è stata condannata a versare qualche migliaio di euro, è stata perpetrata contro l’alleato preferito di governo, il Pd.
La storia ha dell’incredibile. Quando i Cinque stelle erano contro l’orribile casta, si scatenavano contro gli altri partiti. E il Pd che dalle parti della Castelli significava il nome di Piero Fassino, era uno dei bersagli preferito.
Era il 2016, c’erano le elezioni amministrative. E la Castelli prese di mira una giovane candidata del Pd, Lidia Lorena Roscaneanu, che ebbe la pessima idea di farsi fotografare proprio con Fassino.

 

 


Lo scatto era stato tagliato in modo che non comparisse un'altra candidata presente.  «Che legami ci sono tra i due?» aveva scritto l’allora deputata grillina – secondo la ricostruzione de “La Sampa” - specificando che la donna lavorava come cassiera nel bar del Palagiustizia, il cui appalto era stato affidato «ad un'azienda fallita tre volte» con un «ribasso sospetto». E ancora: «La Procura indaga. Fassino candida la barista nelle sue liste. Quanto meno inopportuno, che dite?». 
Ovviamente il post della Castelli riempì la rete con le solite centinaia di commenti conditi da insulti sessisti e allusivi. Risultato: la donna del Pd dovette ritirare la propria candidatura.
Tra le “argomentazioni” più colorita verso la candidata in pectore, l’accusa di essere l’amante di Fassino, i più cattivi “la badante”.
Insomma, fu la gogna. E adesso la Castelli paga, sia pure con meno di metà stipendio parlamentare. Ma resta il fatto che la giustizia arriva e le dimissioni no. L’alleato ovviamente tace.