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Giustizia e referendum: basterebbe interrogarsi sullo stranissimo caso Crespi

Francesco Storace
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Passata l’emozione per averlo visto tornare finalmente in libertà, il caso di Ambrogio Crespi merita una riflessione in tempi in cui incombe il tema giustizia.
Il regista – riconosciuto come “simbolo antimafia” dal tribunale di sorveglianza di Milano – è stato scarcerato in attesa dell’esito della domanda di grazia.

 

 


A marzo si era costituito, dopo aver patito anche la custodia cautelare diverso tempo addietro, per la sentenza della Cassazione che lo aveva indicato come responsabile del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Una decisione che ebbe per tutti un sapore amaro. Perché chiunque conosce Ambrogio Crespi, sa di che pasta è fatto. Uomo buono e generoso, altro che criminale.
In totale si è già fatto un anno di galera, dovrebbe scontarne altri cinque, a meno che Sergio Mattarella non decida per un atto di clemenza che in tanti invocano.
Il differimento pena gli consente di attendere l’esito della domanda a piede libero, con i suoi cari e quanti gli vogliono bene. Ma c’è una domanda da porre. È normale una giustizia che vede una sentenza che ti incrimina come paramafioso e una decisione che afferma che con le cosche non c’entri proprio niente?
Qui sta la questione. Se la pena deve puntare alla rieducazione di un condannato, l’effetto è stato sortito da anni, da quando Crespi fu rilasciato dopo l’arresto, dall’accertamento dell’inesistenza di suoi legami con i mafiosi, da una condotta di vita irreprensibile e da una produzione artistica tutta contro la criminalità organizzata.

 

 


In dubio pro reo si dice e in questo caso per noi Ambrogio Crespi non dovrebbe neppure essere considerato reo. Ma tant’è, il calvario continua e auspichiamo davvero che finisca con la concessione della clemenza. 
Resterà sempre il dubbio che qualcuno gli abbia voluto far male nonostante l’evidenza dei fatti. Le sentenze si rispettano, ma il diritto ad interrogarsi rimane. Nessuno pretende di considerare la grazia come un quarto grado di giudizio, ma vivaddio restituitelo ad una società che sa di che tipo di persona si tratta. Forse i referendum sulla giustizia serviranno anche ad evitare altri casi Crespi.