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Manicomio Roma sulle candidature di tutti gli schieramenti

Francesco Storace
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Le elezioni per il sindaco di Roma esigono la prova Aulin. C’è davvero da far venire il mal di testa anche ai più volenterosi.
Per tutti i gusti, come se gli elettori di tutte le parti avessero fatto qualcosa di particolarmente grave ai partiti. E debbano essere puniti. Da tutti gli schieramenti.

 


Di fronte a tanto sfascio per la sindaca grillina uscente avrebbe dovuto essere una passeggiata la partita per la riconferma. Ma la rivoluzione Virginia Raggi l’ha solo promessa e questo sarà il suo ultimo giro. Troppa delusione.
A sinistra si sono divisi in tre. Un pezzo sta con la Raggi, che non a caso fa professione di estremismo ogni due per tre. Un altro pezzo sta con Carlo Calenda. Il corpaccione del Pd sta con Roberto Gualtieri, con le correnti che gli fanno la guerra per via sotterranea nelle primarie finte che hanno imbastito a fargli da corona.

 


Hanno dovuto persino sacrificare un pezzo da novanta come Nicola Zingaretti, rimasto alla regione Lazio a sognare tempi migliori.
Poi, il centrodestra, che sembra essersi posto il problema di come non vincere facilmente.
Una girandola infinita di nomi dopo il gran rifiuto di Guido Bertolaso – che avrà il suo perché inesplorato – per poi finire allo stravagante derby tra Enrico Michetti e la magistrata Simonetta Matone. Stravagante, perché almeno la Matone è conosciuta ai più e sembra davvero irriverente il parallelismo con l’avvocato noto solo a Fdi.
Messa parte ogni ipotesi di candidatura “politica” – come se non ci fossero parlamentari degni di competere per Roma – il centrodestra rischia grosso. Sprecando l’opportunità rappresentata da una coalizione che vanta i due partiti più forti in Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Non era l’occasione per confermarlo nelle urne? No, si sono fissati con i “civici”. Sarà interessante verificare il consenso che riscuoteranno tra gli elettori. 
Dal manicomio Roma è tutto.