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I giornaloni ricominciano con l'antipolitica. Ma attenzione a non abbattere la democrazia

Francesco Storace
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L’antipolitica col vestito della festa. Lo cuce la sartoria dei giornaloni, quelli che decidono di metterti nel mirino. Ma capita anche a loro di sbagliare bersaglio e fabbricano mostri: fu una fortuna editoriale La Casta, ma un disastro politico, partorì i Cinque stelle.
Adesso ricominciano, almeno a quanto si legge in un articolo di uno dei più bravi giornalisti sulla piazza, come Francesco Verderami.

 

 


In un pezzo sullo stato di salute di maggioranza e governo, si torna a parlare delle “beghe quotidiane” dei partiti. Voci dal sen fuggite, che si attribuiscono una volta a Mario Draghi, altri ai vari ministri, sempre più spesso colti in dissonanza dai leader.
Ma è profondamente sbagliato ricominciare con la solfa dei governi buoni e dei partiti cattivi. Perché così si sotterrerà definitivamente la democrazia: e se questo può anche convenire a chi detiene poteri finanziari ed economici nella società, certo non è la soluzione migliore per un popolo che deve uscire dalla crisi.
È sbagliato parlare di beghe, perché si tende a ridurre a commedia una battaglia che è figlia di valori, anche se opposti tra di loro. Semmai ci aspetteremmo un monito a restare nell’ambito di un programma di governo, senza andare alla ricerca di motivi di divisione.
Quando il Pd torna a gran voce sulla legge Zan come sullo Ius soli o sull’immigrazione non sono beghe. Ma ostacoli fondati su bandiere di parte: vanno combattuti ma non ridicolizzati.
Mentre la Lega si sta muovendo nel solco della discussione sulle misure per battere la pandemia, tornare a lavorare, costruire un futuro dopo il Covid.
Qui si devono dare la pagelle ai partiti. Ma in nessun caso si parli di beghe. Perché proprio nei governi che non sono espressione del voto popolare non si possono demonizzare quei partiti che i voti li prendono per quello che rappresentano. 

 

 


Se un partito non condivide un decreto non è una bega, né deve per forza buttare giù il governo, magari uscendone. Salvini doveva provocare una crisi per le 23 anziché per le 22?
Semplicemente può accadere – in un esecutivo che è stato votato come governo del suo presidente e di quello al piano di sopra – che non vota un decreto che non si condivide e ci si batta per farlo cambiare. Che cosa c’è di strano? Il rifiuto dell’obbedienza cieca e assoluta non è tollerato?
I partiti che prendono milioni di voti e accettano un governo non votato dal popolo si devono vedere riconosciuta come assolutamente normale la discussione. Il contrario è fuori dalla democrazia.