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Chi strepita sul vitalizio a Formigoni deve studiare

Francesco Storace
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Gli strepiti sulla decisione del Senato di restituire il vitalizio a Roberto Formigoni hanno un motivo propagandistico che si può comprendere. E dall’altro una evidente distorsione della realtà rispetto all’istituto previdenziale.
E c’è una grande questione di diritto che è insormontabile.

 

 


È vero, c’è una sentenza definitiva che condanna Roberto Formigoni. Ma questo è un motivo sufficiente per toglierli ciò a cui ha diritto avendo versato al fondo parlamentare quanto previsto dalle norme, che ora prevedono il regime contributivo?
Vari tribunali della Repubblica hanno disapplicato quelle norme che prevedevano di togliere la pensione ai cittadini condannati. Il reddito di cittadinanza è tolto non ai condannati ma ai latitanti, cioè a chi si è sottratto all’esecuzione della pena.
Perché la pensione non è tolta a chi ha commesso reati nella sua vita – nella generalità dei casi – mentre dovrebbe essere sottratto a chi ha fatto il parlamentare? Abbiamo forse introdotto una nuova fattispecie di pena accessoria?
Qui siamo davvero all’abc del diritto, che non può essere mai messo in discussione in ragione della simpatia o meno per il personaggio che torna alla ribalta per vicende del genere.

 

 


Sarebbe ben curioso sostenere che Tizio o Caio può scontare la pena ai domiciliari e poi non può campare perché se non ha lavoro né la pensione qualcuno dovrà spiegare l’arcano. E cambia poco se Tizio o Caio sono l’onorevole Tizio o l’onorevole Caio.
Su questa storia dei vitalizi si è speculato assai. Tanto più che ora non sono più tali, essendo passati dal sistema retributivo a quello contributivo, con una manovra di dubbio spessore morale, intervenendo anche sui trattamenti passati. 
Ma ora è così e quindi un regime – allo stato delle cose – è stato stabilito. Che debba essere aggravato dal codice penale diventa ancora più insostenibile. Anche se si chiama Roberto Formigoni.