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I disastri di Conte e Arcuri sui vaccini. E ora Draghi deve correre

Francesco Storace
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Per Giuseppe Conte l’Italia era il modello nel mondo per il contrasto alla pandemia. Salvo poi scoprire che non era così.

L’altissima percentuale di morti rispetto alla popolazione, viaggiamo verso quota centomila e sembra normale.
Ritardi enormi nell’approvvigionamento ospedaliero, le terapie intensive partite con ritardo enorme. E del resto l’inchiesta avviata dalla procura di Bergamo sul piano pandemico mai attuato qualcosa vorrà pur dire.
Mascherine da galera in quantità davvero industriale.
Infine il caos vaccini, che non sarà pure un’esclusiva italiana, ma italiana è sicuramente la disorganizzazione della macchina. Al punto che nel primo discorso pronunciate dal neopremier Mario Draghi sono state spazzate via le Primule che tanto piacevano al commissario Domenico Arcuri.
Che sta sulla graticola, e non certo per una persecuzione politica. Ma semplicemente per il fallimento evidente della sua azione.
Sembriamo il terzo mondo, altro che modello di efficienza e dobbiamo solo sperare che il nuovo governo riesca a tirarci fuori dai guai. C’è una frase efficacissima pronunciata da un deputato di antico conio come Gianfranco Rotondi: “Più vaccini, meno lockdown”. Aldilà dello slogan, essa è profondamente vera. Esprime una necessità e assieme il dovere dello Stato dopo tanta confusione.
I vaccini devono poter essere prodotti anche in Italia ed è la missione che sta svolgendo nei suoi colloqui il ministro Giancarlo Giorgetti, sulle cui spalle cade ora la responsabilità di darci un orizzonte migliore rispetto a quei lockdown che sembrano rappresentare l’unica rotta del responsabile della Salute, Roberto Speranza.
Il nostro Paese ha una vasta gamma di industrie del settore che possono cimentarsi nella produzione dei sieri autorizzati dalle autorità del farmaco. Guai a sottovalutarne le potenzialità e soprattutto gli effetti che avrebbe il loro utilizzo su una campagna vaccinale da condurre a pieno ritmo. Solo così l’Italia uscirebbe da una depressione che coglie quando sembra che tutto sia ineludibile, che non ci sia possibilità di evitare il peggio.
Ora tocca a Draghi e ai suoi ministri – anche se è incredibilmente rimasto Speranza al suo posto – correre per rimediare agli errori del passato.