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Prescrizione, il primo banco di prova della maggioranza Draghi

Francesco Storace
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E adesso ci vuole coraggio. Perché i Cinque stelle non sono più i padroni del governo, gli equilibri sono molto cambiati e c’è un’occasione d’oro per dimostrarlo.

Nuovo ministro della Giustizia è Maria Cartabia, presidente emerita della Corte Costituzionale.

Nella maggioranza che sostiene Mario Draghi - stando alle dichiarazioni di tutti, tranne i grillini ma compreso Fdi di Giorgia Meloni - è larghissima la prevalenza dei contrari a quell’abominio chiamato riforma della prescrizione.

Alfonso Bonafede, per fortuna ex ministro, tra le sue imprese ci mise persino quella, istituendo nella sostanza il fine processo mai.

Un principio di civiltà giuridica quale la prescrizione - perché il processo non può durare un eternità - buttato nel cestino della demagogia e della propaganda a buon mercato.

Quella vergogna va cancellata, la maggioranza è vasta assai e i Cinque stelle dovranno accettare di stare in minoranza sul tema.

Non appena votata la fiducia a Draghi il tema dovrebbe tornare in uno dei prossimi provvedimenti all’esame delle Camere, con un emendamento della deputata di Italia Viva Lucia Annibali, che propone di spostare l’entrata in vigore della “riforma”. Che è poco.

Semmai dovrebbe essere condizionata, la fine della prescrizione, ad una autentica riforma del processo penale. Come era negli auspici dello stesso Conte quando il provvedimento di Bonafede fu approvato in epoca gialloverde, ma monco del contrappeso. Ora è il momento di evitare ulteriori danni alla giustizia.

L’emendamento Annibali sarà in commissione affari costituzionali, dove si discute il decreto milleproroghe. Prima ci sarà il discorso di Draghi alle Camere, che certo non potrà ignorare il tema della giustizia.

Gli avversari della riforma – oltre a Enrico Costa di Azione, la renziana Lucia Annibali e i berlusconiani Pierantonio Zanettin e Francesco Paolo Sisto – chiedono di tornare al vecchio ddl Orlando (dal nome dell’ex guardasigilli del Pd, oggi ministro del Lavoro) che prevedeva solo uno stop di 36 mesi ai termini dopo il primo e secondo grado di giudizio.

Se in commissione si andasse al muro contro muro l’alleanza tra Pd, M5s e Leu respingerebbe senza danni l’agguato di renziani e berlusconiani. A meno di sorprese, visto che ora non c’è più Bonafede e l’anima garantista del Pd potrebbe tornare a farsi sentire.