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Una Rai a metà tra Arcuri e Ciampolillo: quelli bravi se ne vanno. E chi rimane?

Francesco Storace
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Mamma Rai deve andare dal dietologo, ma nel palazzone di viale Mazzini si salveranno i dirigenti. Loro continueranno a non subire l’effetto forbici imposto dall’amministratore delegato Fabrizio Salini. C’è da giurare che si sentiranno urla.
Anzitutto perché se vengono meno 137 milioni di diritti tv – e chissà perché – non si può reclamare il corrispettivo da Papà Stato. Che tra l’altro veste i panni del ministro Pd Roberto Gualtieri, per nulla disponibile a garantire il “nemico”. Perché così al Nazareno chiamano la Rai dove c’è ancora il presidente Foa, ricordano.
Ci sono circa 70 milioni di tagli da fare e nel Palazzo molti piangono lacrime amare sul Cavallo più famoso d’Italia. 
Voci di corridoio danno una “spiegazione” alla scelta di Salini di non penalizzare i dirigenti dell’azienda. “Bisognerebbe andare a scorrere l’elenco dei dirigenti (bravi) che in questi anni hanno lasciato l’azienda, a partire da quelli cresciuti nel vivaio Rai e ora passati alla concorrenza: Andrea Fabiano (TimVision) e Tinny Andreatta (Netflix). Ma negli ultimi tempi hanno fatto le valigie in molti: Salvatore Lo Giudice, Valerio Fiorespino, Camillo Rossotto, Alessandro Picardi e così via…”. Una delle fonti più accreditate sul tema, in questo caso è il sito adg informa e non solo.. Ma la “bravura” dei fuoriusciti non può motivare le scelte. Se è vero che quelli bravi se ne vanno perché la concorrenza offre di più, vuol forse dire che sono ciucci quelli che rimangono e non trovano nessuno disponibile a mantenerli? Non è una bella spiegazione per un’azienda che continua a vivere di lottizzazione: come se nel resto del pianeta giornalistico e manageriale non si possano trovare risorse libere di testa e pronte a scommettere sul servizio pubblico senza dover svenare viale Mazzini.
La Rai è sempre più avvitata sui desiderata dei partiti e dei loro uomini di riferimento. E nei palazzi delle istituzioni serie ricomincia a far capolino la linea di chi si chiede a che serva un servizio pubblico in queste condizioni. Per ora si sa solo a chi serve. Ai signori al governo, che hanno bisogno di un’informazione addomesticata. È la Rai che veleggia tra Arcuri e Ciampolillo.