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Letta ha quasi vinto, il suo nemico è nel Pd

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Enrico Letta è una persona perbene. Lo conosco da molti anni. E le sue scelte non sono mai state dettate dalla convenienza del momento ma piuttosto da valori ed etica personale. Nel 2014, estromesso da Palazzo Chigi, si è ritirato a Parigi, non in esilio né a covare vendette nei confronti dei tanti peones che in Parlamento l'hanno tradito, ma come prosieguo di un percorso di docenza abbandonato per la politica. Vederlo tornare in aula dopo aver vinto le suppletive a Siena fa piacere e garantisce non solo al Pd ma all'intero emiciclo la presenza di una personalità di rilievo in assoluta linea con la figura (oltre che con le politiche) del presidente del Consiglio, Mario Draghi. A stridere sono gli applausi con i quali i suoi colleghi dem lo hanno accolto, alcuni dei “traditori” del 2014. Ma la politica è questa roba qua e Letta ormai l'ha imparata bene la lezione. Non a caso non si è unito alle grancasse della vittoria alle amministrative: sa che è un risultato marginale che significa poco, quasi nulla, in particolare in vista del voto del 2023: alle urne sono andati pochissimi cittadini rispetto a quanti saranno chiamati a scegliere i parlamentari, senza contare l'alta affluenza registrata in particolare nelle periferie e nelle province. 

Insomma il nemico principale di Enrico Letta è nel suo stesso partito, il Pd. Tenere a bada gli animi, invitarli a un basso profilo, ad abbandonare l'atteggiamento da spocchiosi primi della classe e tornare tra le piazze è il primo obiettivo che si è posto. Non a caso i suoi pochi uomini fidati (tre o quattro che lo seguono da sempre nel suo centro studi) sono stati investiti negli ultimi mesi dell'incarico di prendere contatti con i responsabili territoriali per comprendere provincia per provincia quali sono le difficoltà e i motivi del distacco dall'elettorato. Sulla situazione umbra ha messo le mani Marco Meloni comprendendo quanto complesso sia metterci le mani. E il recente entusiasmo mostrato per gli sgangherati risultati elettorali mostra la superficialità dei nuovi vertici locali: Pd al minimo storico, sindaci eletti grazie alle liste civiche, la vittoria al primo turno di Assisi conquistata per appena 34 voti; insomma in Umbria c'è poco da festeggiare.

Letta vuole tornare sul territorio con un dialogo diretto con gli elettori, i maghi dei social, un po' alla volta, cadranno uno a uno. Sempre che il segretario faccia in tempo perché, appunto, il nemico è interno. Anche a Siena la vittoria alle suppletive ha risvegliato vecchi animi piddini e la partita su Mps è ricominciata con le solite vecchie rivendicazioni ma è tutta in salita e Unicredit batte cassa e chiede aumenti di capitale consistenti al Tesoro ma lo stesso Draghi non apprezza l'operazione così come è stata concepita e spinge per dei correttivi, seppur margini di azione non ce ne siano e Letta dovrà mediare tra i voleri (e i malpancisti) di Siena e Roma. Ecco la Capitale, Roma, il sindaco Roberto Gualtieri - di cui oggi Letta in un'intervista a Il Messaggero esalta risultati e profilo – è forse l'unica nota realmente positiva. Ma anche questa possibile portatrice di numerose problematiche interne. A cominciare dalla composizione della Giunta, la scelta della squadra. Le anime del Pd romano sono le medesime che portarono con il redivivo Matteo Orfini la fronda dem dal notaio per far cadere l'allora sindaco Ignazio Marino con tutto ciò che ne è conseguito, regno Raggi incluso. Senza contare le difficoltà di una città lasciata allo sbando e ingovernata per cinque anni. Insomma c'è poco da stare allegri e festeggiare. Lo sa bene Letta che sta cercando di compiere il passaggio più delicato e difficile: comprendere di chi può fidarsi. E gli allori potrebbero confonderlo. Soprattutto nel Pd.