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Totale fallimento del Pd, Zingaretti ne faccia una giusta: si dimetta

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Nicola Zingaretti non ha ancora lasciato la segreteria del Partito Democratico. E il dramma è che nessuno dal e del Pd al momento ne abbia chiesto le dimissioni. Ha dell’incredibile. La maggior responsabilità di quanto accaduto nelle ultime settimane è a mio avviso sulle spalle di questo Pd che dovrebbe guardare alle elezioni con terrore e organizzarsi per recuperare un minimo di credibilità piuttosto che occuparsi del possibile esecutivo guidato da Mario Draghi. Il Nazareno deve avviare il prima possibile un percorso di rifondazione radicale, cominciando dai segretari territoriali (molti decisamente inadatti e lontanissimi ormai dal territorio) e arrivando a un cambio totale dei propri vertici. Di questo sfacelo cui il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, è stato costretto a porre rimedio chiamando l’italiano più credibile e rispettato al mondo, Mario Draghi, si sarebbe potuto evitare se il nostro Paese avesse avuto un partito di centrosinistra degno dell’incarico (e dei voti) ricevuti. Invece Zingaretti le ha sbagliate tutte, dalla prima all’ultima. Ha sbagliato a cedere nell’agosto 2019 alle indicazioni di Matteo Renzi, lasciandosi abbindolare nel Governo con i Cinque Stelle per evitare le elezioni anticipate rincorrendo lo spauracchio “altrimenti vince Salvini”. Ha sbagliato a infilarsi in quella alleanza regalando due ministri a Renzi e ha sbagliato poi a non pretenderne le dimissioni quando hanno seguito il senatore di Rignano in Italia Viva. Ha sbagliato a lasciar correre su tutto. Per quieto vivere o forse per responsabilità ma certo mostrandosi debole. E si è indebolito poi sempre più, a ogni concessione fatta ai pentastellati, a ogni dichiarazione in difesa o a favore di Giuseppe Conte. Ha sbagliato a non pretendere un controllo oggettivo sull’operato del ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, né su quello del supercommissario Domenico Arcuri. Non una parola critica nella gestione dell’emergenza Covid e anche quando le conseguenze sono ricadute sulla Regione Lazio che lui guida ha preferito il silenzio, probabilmente sempre per responsabilità e quieto vivere, ma mostrandosi in realtà passivo e debole. L’immagine di sudditanza del Pd nei confronti dei Cinque Stelle ha sempre più preso forma, fino ad arrivare allo spettacolo squallido di svilimento delle istituzioni prestando un parlamentare dem, Tatjana Rojc, per permettere al Gruppo dei responsabili/costruttori di raggiungere il numero minimo per nascere. Per poi un minuto dopo aver visto fallire il tentativo di salvataggio dell’esecutivo Conte, del quale aveva ridotto la pattuglia Pd a esercito di peones a disposizione del Movimento 5 Stelle, scaricarlo e correre a spingere il carro di Mattarella con sopra Draghi. L’elenco degli errori, delle dichiarazioni a metà, mai incisive, dei pastrocchi sui provvedimenti di questo ultimo Governo, da parte del Pd sarebbe lunghissimo. Ed è inutile ripercorrerlo tutto. Il Mes, le non proposte sul Recovery, i fondi buttati nel reddito di cittadinanza, i 450 milioni bruciati nei banchi a rotelle, i 4 miliardi ultimi destinati al Cash back (ma è così difficile comprendere che andranno a tutti tranne a chi ha davvero necessità di sostegno economico?). Un disastro dal punto di vista governativo. Accompagnato da una Caporetto politica, Zingaretti non solo non è stato in grado di arginare Renzi, ma ne è rimasto vittima; non solo non ha saputo porsi in una posizione paritaria (come avrebbe dovuto e potuto fare) con l’altro alleato di maggioranza dell’esecutivo, i pentastellati, ma ne è diventato ruota di scorta silente e sempre disponibile. Ed è un peccato. Perché la sintesi di tutto questo è purtroppo facile da trarre: il partito di riferimento del centrosinistra, quello che aveva tenuto testa anche a Silvio Berlusconi, quello che riempiva piazze e palazzetti, che era punto di riferimento per chi nel Paese confidava in una politica responsabile, finalizzata alla tutela dei più deboli, dei lavoratori, delle classi disagiate, a un welfare state adeguato. Ebbene quel partito lì non esiste più. E le urne sono vicine. Perché anche se si votasse a scadenza naturale, mancano appena due anni. E due anni in politica sono niente. Soprattutto se devi riorganizzare un partito da zero. Il punto di partenza può essere solamente uno: le dimissioni di Zingaretti dalla segreteria del Pd. Per quanto sia stato e sia un buon amministratore, un ottimo ministro, magari pure un perfetto Presidente di Regione, una straordinaria persona. Sicuramente. Ma per quanto possa essere eccelso in tutto, si è mostrato inadeguato come segretario del Pd.