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SanPa, la docu Netflix racconta il Paese non solo Muccioli e San Patrignano

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È un pugno allo stomaco. Ti piega in due e ti inchioda per cinque ore filate. SanPa, la docu serie di Netflix sulla comunità di San Patrignano, non solo è fatta benissimo ma è un racconto avvincente di un Paese intero, dell’incapacità di uno Stato ad affrontare il problema delle tossicodipendenze, delle problematiche degli uomini, delle donne, delle persone come singole e come gruppo. È da vedere, far vedere, divulgare anche nelle scuole. Non è la storia di quel pazzo visionario illuminato di Vincenzo Muccioli, ma è la fotografia di quanto complesso sia gestire chi finisce nelle catene della droga, l’eroina in particolare. Genitori disperati per i figli tossici, genitori incapaci di gestirli, capirli, aiutarli che si affidano a Muccioli, un omone di due metri che poco distante da Rimini ha trasformato la sua abitazione in un centro di recupero. Prima per dieci, cento, duecento ragazzi. Fino ad arrivare ad accoglierne oltre duemila. Una piccola città. Con tutto ciò che ne consegue. Ragazzi che dormono davanti all’ingresso anche per dieci giorni in attesa di essere accolti, spesso accompagnati da padri e madri disperate. E altri ragazzi mandati direttamente dai tribunali di mezza Italia perché San Patrignano, a inizio anni ottanta, era l’unica realtà plausibile per il recupero. L’unica esistente. Lo Stato curava le dipendenze dall’eroina distribuendo ai tossici altre droghe, metadone soprattutto, valium. A San Patrignano si sono salvati dalla morte centinaia di ragazzi. Anche Piero Villaggio, il figlio di Paolo, come molti di altri personaggi noti, ha potuto tornare a nuova vita con una prospettiva diversa dal buco. Finanziatori principali sono stati i Moratti, ancora oggi l’ex presidente Rai e sindaco di Milano, Letizia, contribuisce attivamente alla comunità. Nel documentario è raccontato tutto, alla perfezione. Comprese le tante problematiche giudiziarie che hanno coinvolto Muccioli. Le morti, le botte di alcuni reparti, le difficoltà a curare dalle dipendenze i ragazzi ma anche le difficoltà a essere uomini e donne, persone. E soprattutto l’incubo del vivere in un Paese incapace di gestire le tossicodipendenze, con una politica (e non solo) che preferiva non vedere prima le centinaia di morti di overdose e poi quelle causate dall’Aids. Malattia che ha coinvolto anche San Patrignano. Alla fine degli anni ottanta nella struttura venne compiuto un test a tappeto: il 66% degli oltre duemila ragazzi ospitati era positivo all’hiv. San Patrignano è stato tanto e molto lo è ancora ora. Come lo è stato Muccioli. Questo documentario rende alla perfezione e in maniera chiara, a volte violenta ma sempre onesta, l’intero quadro. Divide tra chi era a favore e chi contro Muccioli. E potranno essere divisivi i suoi metodi, criticabili le scelte, attaccabile lui stesso come persona. Ma è innegabile il fondamentale ruolo che la comunità di San Patrignano ha ricoperto per l’Italia. Per aprirle gli occhi, per spingerla ad affrontare il problema dei tossici, delle droghe. Per riconoscerlo almeno. SanPa è un documentario da vedere. E far vedere ovunque, anche nelle scuole. Perché incontrare le droghe è un attimo, rimanerne distanti è a volte fortuna, finirci dentro equivale a condannarsi a morte da soli. Uscirne è quasi impossibile. Le speranze sono minime. Prima di San Patrignano erano zero.