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Covid, Da Bori a De Luca: l'armata Umbra di Brancaleone che non ne azzecca mezza

Davide Vecchi
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Fissiamoci bene in mente quattro nomi: Tommaso Bori, Fabio Paparelli, Michele Bettarelli e Thomas De Luca. Sono tutti consiglieri regionali. Paparelli è stato persino vicepresidente e poi incidentalmente presidente della Regione seppure non se ne sia accorto nessuno. I primi tre sono del Pd, il quarto è un Cinque Stelle. Quindi i loro partiti guidano (o meglio: dovrebbero guidare) il Paese. Sono quelli dei banchi con le rotelle a scuola, dei tamponi di marzo prenotati a settembre, delle casse integrazioni mai arrivate, dell’app Immuni inutile e inutilizzabile, dei 700 euro alle partite Iva bloccati sul sito Inps, dei bonus distribuiti ad cazzum come quello sui monopattini e delle varie amenità di questi mesi. Per ultimo le 36 ore concesse dal Governo ai cittadini per organizzarsi alle restrizioni delle zone rosse, arancioni e gialle: loro che a Palazzo Chigi in sei mesi non sono riusciti a prepararsi alla seconda ondata ora pretendono che famiglie, genitori, imprenditori, commercianti, lavoratori si organizzino in una giornata per far fronte ai loro fallimenti. A quanto pare anche il premier Giuseppe Conte sa quanto il popolo è migliore di chi lo governa.  

Mentre i loro compagni a Roma da mesi cincischiano, incapaci di adottare con fermezza delle decisioni, il quartetto Bori, Paparelli, Bettarelli e De Luca s’è divertito a disegnare scenari apocalittici per l’Umbria dove – fortuna loro – vivono e – fortuna di tutti – non governano più.  C’è di buono che ormai hanno una credibilità equivalente allo zero. Del resto già prima dell’estate - quando Palazzo Chigi spalancava l’Italia ripetendo “abbiamo sconfitto il virus” e addirittura il ministro della Sanità Roberto Speranza (un ossimoro che si è rivelato concreto: chi ha a che fare con la sanità oggi può solo sperare) scriveva un libro dal titolo “perché guariremo” (ritirato dalle vendite il 23 ottobre per evidente controsenso vista l’avanzata drammatica della seconda ondata del virus) – accusavano la Giunta di aver strapagato i tamponi per poi vedersi corretti dall’Anac con una relazione della quale la sintesi è semplice: cazzate, il prezzo pagato è più che corretto. E così su tutti gli anatemi scomposti lanciati spesso con sprezzo del ridicolo: del resto hanno governato l’Umbria per quasi mezzo secolo e quello che viviamo (carenze sanitarie, infrastrutturali, economiche, finanziarie, territoriali) porta il nome loro e di chi dei loro partiti l’ha preceduti. Ma tant’è. Il quartetto - che nell’agire e nel parlare ormai ricorda Abacuc, Pecoro, Taccone e Mangoldo (i quattro seguaci di Brancaleone da Norcia) – da settimane grida all’Umbria zona rossa, agita terrorizzanti presagi su carenze di posti letto, terapie intensive, medici, infermieri. Tutte cazzate. Glielo dicono i loro compagni al Governo: l’Umbria è gialla. Ha delle criticità, certo. Ma i miracoli non può farli nessuno. E l’unico che ne ha fatti di cui si ha notizia ha avuto una sorte non proprio felice. L’Umbria è gialla. Significa che l’impatto della seconda ondata è stato gestito e attutito. Ci sono dei problemi, è scontato. Molti creati anche da chi persino all’interno degli ospedali ha preferito ragionare per ideologia invece di affrontare l’emergenza che coinvolge tutti. Altrimenti non spiegherebbero i tanti ricoveri di codice bianco registrati nelle ultime settimane e altre singolarità (definiamole così) finalizzate a gonfiare i dati della saturazione ospedaliera che in realtà non c’è. Questo non significa che l’Umbria sia come sei mesi fa la regione più sicura e Covid free, ma che si deve fare i conti con la realtà. E sarebbe corretto non diffondere dati falsi perché in gioco non c’è una elezione o qualche voto ma la serenità per i cittadini di affrontare un periodo complesso in maniera responsabile. Perché questo serve: responsabilità. Da parte di tutti. E onestà da parte della politica. Terrorizzare le persone con dati falsi è da incoscienti. O da seguaci di Brancaleone da Norcia. Ma persino lui di Abacuc, Pecoro, Taccone e Mangoldo non sapeva che farne.