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Il marchese Gian Bori Burrasca

Davide Vecchi
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La vicenda è comica. E immagino le ghignate che si stanno facendo Gianpiero Bocci e Catiuscia Marini che ben conoscono il soggetto: Tommaso Bori. E che sollievo, per i due, assistere da estranei alle vicende di questo Gian Burrasca afflitto (o affetto) dalla sindrome del Marchese del Grillo. Bocci l’ha scoperto, l’ha preso per mano su richiesta del papà. E l’ex segretario regionale del Pd, che Palazzi e uomini li conosce bene, ha pensato che lavorandoci un po’, su quello scricciolino, qualcosa avrebbe potuto tirar fuori. Ma non ha avuto tempo.

Perché nel giovin Bori già scalpitava il marchese Onofrio, pronto a rinnegare il mentore per aggrapparsi all’ascendente Marini. Voleva zompettare come un Grillo e cadde come Gian Burrasca, tanto che ora a sostenerlo non c’è manco più il mite Walter Verini e si barcamena sulla spalla di Valentino Valentini, sì quello che ha scaricato Marini dopo esserne stato consigliere politico. Ma questa è storia, è storia del Pd. Ed è la storia che ha portato alla liquefazione del Pd. Come stupirsi? Stupisce piuttosto che Bori non abbia ancora imparato a tenere a bada l’Onofrio che alberga in lui. C’è ricascato. E ancora una volta si desta Gian Burrasca: combina il guaio e poi scoperto si lamenta.

Capita infatti che l’assessore regionale Enrico Melasecche risulta positivo al Covid. E di conseguenza Palazzo Cesaroni viene isolato, tutti (dipendenti, consiglieri, assessori) sottoposti a un tampone e invitati (o costretti) all’isolamento in attesa di un secondo tampone. E tutti, dalla presidente Donatella Tesei fino all’usciere, cancellano i propri appuntamento e si rintanano in casa. Tutti. Tranne uno. Chi? Ma il marchese, ovvio. Che tra un tampone e l’altro ci infila un comizio. Al chiuso. E per parlare si toglie la mascherina. Ora capita che ci siano le foto e noi ne diamo notizia, pubblicandole. Insomma: tana per il marchese Gian Bori Burrasca.

Ma può un eletto, quindi un rappresentante del popolo, fregarsene non solo delle restrizioni dei suoi colleghi ma soprattutto di quelle cui sono costretti i dipendenti di quell’ente e i loro familiari? E delle conseguenze del suo girovagare per fare campagna elettorale? Come può un politico rappresentare degnamente i cittadini se dimostra di non rispettarli neppure davanti a questa dannata, infame (perché invisibile) pandemia? Ma appunto è l’istinto del marchese Onofrio. Ma poi, una volta smascherato, spunta il Gian Burrasca. E che fa Bori? Ammette la leggerezza? No. Se la prende con il Corriere e con il cronista Alessandro Antonini che ha fatto e bene il suo lavoro.

Sui contenuti della sua grottesca intemerata rivolta contro questo giornale non vale la pena sprecare inchiostro e spazio. Ma certo additarci come giornale della Lega denota superficialità e ignoranza: Matteo Salvini mi ha querelato sette volte. E sette volte ha perso. Perché io sono solo un giornalista. E lo faccio. Bori appare in confusione. Si barcamena tra l’istinto del marchese e l’anima del Gian Burrasca, vuol fare il politico ma a ogni frase ricorda di essere un medico. E non si capisce se lo ribadisce con tale frequenza perché crede gli conceda l’immunità al virus o pensa lo renda più credibile. Chissà. Ho poche certezze. La prima: spero dia presto seguito alle minacce di querele e non si dimostri solo un chiaccherone (seppur medico); la seconda: Bori aspira a diventare segretario regionale del Pd e per questo ha tenuto il comizio nonostante il pericolo Covid. E penso abbia così dimostrato di non essere adeguato. Servono persone capaci, lucide, coscienti delle proprie azioni. Non Gian Burrasca con smanie da marchese del Grillo.