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Vittorio Feltri ha ragione, l'Ordine dei giornalisti è inutile e andrebbe abolito

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Sono stato uno di loro. Uno dei componenti del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Eletto nel 2008 e riconfermato nel 2013 ma mi dimisi il giorno dopo: era inutile, tempo sprecato. Il Consiglio dell’Ordine serviva esclusivamente a permettere ad alcuni di trascorrere qualche giorno a Roma a spese di colleghi giornalisti. Nient’altro. All’epoca ero capo della redazione milanese di una agenzia di stampa. Colleghi molto bravi e con più esperienza di me mi proposero di candidarmi in Lombardia per l’Ordine. Accettai. Per un motivo preciso. Perché la nostra corrente aveva un programma mirato a cancellare la distinzione tra professionisti e pubblicisti, intendeva togliere l’esame di Stato e introdurre una selezione molto semplice per l’accesso alla professione e a chi poteva essere iscritto all’Ordine (come oggi è per gli Avvocati): può iscriversi solo chi dimostra di guadagnare abbastanza per vivere dei proventi del mestiere. Ciò presuppone che appunto chi si iscrive faccia realmente il giornalista. Cosa che, per quanto sembri un principio scontato, oggi è ancora utopia: nell’Ordine c’è di tutto ma giornalisti veri se ne contano sulle dita di una, due mani al massimo. La mia corrente era guidata da Gianni Balzoni, all’epoca inviato della Rai che per il Tg1 seguiva il Presidente del Consiglio; c’era Andrea Vianello, la miglior cronista di giudiziaria d’Italia, Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera, Silvia Resta del Tg La7, Oreste Pivetta, Paola Spadari, o l'ottimo Guido D'Ubaldo (oggi segretario dell'Ordine) e molti altri. Tutti quanti lavoravamo, proponevamo e votavamo per rinnovare questa nostra amata e stupenda professione. Ma sbattevamo sempre contro chi di questa professione ne sapeva poco o nulla. Per lo più erano rappresentanti eletti in piccole Regioni. Abruzzo, Molise, Umbria. E poi la pletora dei pubblicisti. Alcuni bravissimi, impegnati e operativi. Ma troppo pochi. Per lo più soggetti che si erano iscritti all’ordine scrivendo qualche comunicato sulla rivista del Carabiniere. Maestri di flauto. Traverso e non. Una fauna umana che non poteva voler rinnovare questo mestiere perché questo mestiere non lo conosceva e mai l’aveva fatto o, quando andava bene, l’aveva fatto in tempi lontani. Oggi la situazione non è di certo migliore. Di quelli che erano lì nel 2008 alcuni non si sono mai mossi. Persone che non mettono piede in una redazione da decenni, se mai ce l’hanno messo. Uno su tutti  Gianfranco Ricci eletto in Umbria seppur originario di Fiume e cresciuto in Toscana. Ha lavorato a La Nazione a inizio anni 60 e fino agli 80, poi collaborazioni varie. Ma in epoche in cui non esistevano neppure i telefonini, figurarsi i computer e internet. E come lui molti altri. Soggetti fuori dalla realtà lavorativa che però pretendono di parlare, giudicare, decidere, stabilire cosa e come debba essere fatta questa professione. Poi ci diciamo che il giornalismo è finito. Ma se è affidato a persone simili? Idem vale per i sindacati. Al Corriere a causa dell’emergenza Covid mi sono dovuto confrontare con alcune rappresentanze locali. Come sempre a livello nazionale si ha a che fare con professionisti che questo mestiere lo conoscono e lo fanno. E pure il Lazio ha una ottima rappresentanza che dimostra di conoscere la realtà redazionali e lavorative contemporanee. Ma Toscana e Umbria. A tutelare i colleghi giornalisti ci sono esponenti (sigh) sindacali che credo non abbiano mai messo piede in una redazione, forse non hanno mai scritto un articolo (al massimo qualche comunicato stampa: cosa ben diversa), e quasi certamente non saprebbero come trovare una notizia neanche in un anno, figurarsi titolare, intervistare, raccontare, impaginare. Fino a quando a rappresentare i giornalisti ci saranno dei non giornalisti questa professione sarà costantemente svilita e i giornali destinati all’ecatombe. Ora più che mai ovunque servono i migliori, non i parcheggiati. 
Va detto che al Consiglio dell’ordine ci sono ottimi professionisti. A cominciare da Carlo Verna che, oltre a essere un bravo giornalista, è anche una brava persona. E con lui ce ne sono altri. Ma, come nel 2008, i migliori sono la minoranza. Per questo quindi Vittorio Feltri ha fatto non bene, ma benissimo a sentirsi in offeso e a lasciare l’Ordine. Ha fatto bene Feltri e farebbe bene chiunque altro a seguirne i passi. Come può un maestro di flauto o un ufficio stampa di un Comune di mille abitanti permettersi di giudicare la professionalità e le capacità di Feltri? Ma potrebbe capitare a Enrico Mentana e a chiunque questo mestiere lo fa: trovarsi sul banco degli imputati per ciò che si è scritto o titolato ed essere giudicati da chi un titolo forse non l’ha mai fatto e, probabilmente, ha difficoltà nella scrittura e con l’uso stesso dell’italiano. Non è una difesa di Feltri o di una corporazione. Ma è la difesa del giornalismo da una corporazione. Mai come oggi l’Ordine dovrebbe essere almeno rinnovato. Altrimenti meglio abolirlo.