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Scarcerare Carminati è sacrosanto, il problema è nella Giustizia

Davide Vecchi
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Siamo in pieno delirio di onnipotenza del radical chic, Non c’è giorno in cui non debba fare slalom tra idiozie surreali che confliggono apertamente con le libertà personali (comprese quelle di opinione e di critica), il rispetto per le istituzioni e un minimo di neuroni funzionanti. Questi ultimi pare siano quelli che più hanno risentito del lockdown. Dopo l’assurda genuflessione di Laura Boldrini nell’aula di Montecitorio per ricordare George Floyd – sorvolando sulle parole con cui l’ex presidente della Camera ha voluto accompagnare il gesto – abbiamo assistito (e assistiamo) attoniti a un linciaggio delirante di Indro Montanelli per fatti avvenuti ormai un secolo fa e che in nulla hanno condizionato la sua enormità professionale, tanto che questi poveri ignoranti sono andati a imbrattare la statua che giustamente il Comune di Milano gli ha dedicato nel luogo esatto in cui per il suo lavoro è stato gambizzato dalle brigate rosse. Diciamo che già queste due nefandezze bastavano per l’intero mese di giugno. Invece no, non basta. Ora è la volta di imbrattare il diritto e la procedura che (grazie al cielo e a Beccaria) garantisce un minimo di tutele a tutti, anche ai detenuti. Ieri infatti dopo 5 anni e 7 mesi trascorsi dietro le sbarre è uscito dal carcere Massimo Carminati, con l'obbligo di dimora per pericolo di fuga. E dai soliti presunti benpensanti – ovviamente tutti girati a sinistra – si è levato un coro di proteste ma non contro il Governo, che ha preferito investire soldi in monopattini e altro invece di metterli finalmente nella giustizia così da accelerare i processi e permettere a magistrati e giudici di lavorare in maniera adeguata, ma contro la scarcerazione come se fosse stato condannato con una sentenza definitiva. In mancanza di questa la decidono loro, i benpensanti dei social. 
È ovvio che io non sia un estimatore delle gesta di Carminati e anzi ritengo che se gli inquirenti fossero stati dotati di adeguati strumenti (carenza endemica dello Stato italiano) il “cecato” probabilmente avrebbe avuto un altro curriculum. Del resto è dal 1979, anno in cui è avvenuto l’omicidio di Mino Pecorelli, che esce ed entra in quasi tutte le inchieste legate alla malavita romana, servizi segreti deviati, stragi, rapine eccellenti. L’elenco è lungo. Come lui stesso racconta in una intercettazioni allegata agli atti del fascicolo di mafia Capitale, la prima pistola l’ha comprata a 16 anni. Oggi ne ha 62. Ha vissuto. Però appunto non essendo di certo un fan di Carminati, anzi sicuramente preferirei saperlo dietro le sbarre, ma a condizione che sia quello che realmente si merita ma così al momento non è. Per fortuna abbiamo una norma di civiltà che prevede un termine massimo di detenzione entro il quale deve arrivare una sentenza definitiva. La cosiddetta decorrenza dei termini. Ecco, Carminati dopo 5 anni e 7 mesi è uscito dal carcere perché non è ancora arrivata la sentenza definitiva a suo carico. Ciò significa che chi deve giudicarli sta andando decisamente lungo con i tempi. Forse sarebbe più corretto quindi prendersela con la lentezza del sistema giudiziario italiano. E magari iniziare a chiedersi perché anche questo Governo ha scelto di non affrontare un problema così importante come i tempi di un giusto processo. Per carità, visti i risultati conseguiti su ciò che tocca, è un bene lasci correre, potrebbe persino riuscire a peggiorare le cose e si è visto con la gestione delle carceri, giusto per rimanere in tema. Quindi ben venga la scarcerazione di Carminati perché è un suo diritto, salvo non si decida di tornare alla tortura o perché non direttamente all’omicidio sommario, come capitato a George Floyd. Per cui vi inginocchiate.