Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Coronavirus, l'unica arma è stare a casa

Giuseppe Silvestri
  • a
  • a
  • a

di Davide Vecchi Ce lo ripetono in ogni modo: “State a casa”. Molti, troppi non hanno ancora capito. Eppure ci sono le immagini tragiche che arrivano dal Nord, dalla Lombardia. Mercoledì abbiamo assistito alla fila di 70 camion dell’Esercito portare da Bergamo le salme verso l’Emilia. E prima ancora le foto, i video delle bare stipate nelle chiese: non sanno più dove mettere i morti e li guardano partire senza sapere neppure per dove. A molti non basta neppure vederlo, l’orrore. Davvero crediamo che non possa capitare ovunque? Lo spero. Spero che l’emergenza lombarda non si ripeta altrove perché le altre Regioni avranno avuto il tempo di organizzarsi e che lo Stato abbia dato a ciascuna di loro il modo di farlo al meglio. E mi auguro che, come in Lombardia, ovunque la sanità privata si renda totalmente disponibile al pubblico se le sue forze sono richieste. Ma oltre agli ospedali, agli strumenti, ai sanitari c’è un’arma di difesa che abbiamo tutti e dobbiamo usare: stare a casa. Non mi aspetto che ripeterlo possa cambiare le cose. “State a casa” del resto può sembrare solo una frase. Provo però a raccontarvi cosa significa veder trasformata la propria casa in campo di guerra. Perché ora questa è casa mia ma per oltre venti anni e fino a poco tempo fa casa mia è stata Bergamo. Lavoravo a Milano e in giro per l’Italia ma affetti, amici, vita li avevo e ne ho molti, importanti a Bergamo. Quando a metà febbraio lì hanno chiuso le scuole non avevamo capito. Doveva essere già zona rossa. Il 23 febbraio dall’ospedale orobico i medici lanciavano l’allarme eppure tre giorni dopo il sindaco, Giorgio Gori, si fotografava con sua moglie Cristina Parodi al ristorante invitando i bergamaschi a uscire: “Bergamo non ti fermare”. E scriveva: “Le prescrizioni che a partire da domenica hanno limitato tanti aspetti della nostra vita hanno generato un clima di preoccupazione che è andato molto aldilà del necessario”. Oggi quella città non sa dove vanno i suoi morti. “Molto aldilà del necessario”. Non avevano capito. Da giorni chiamo i miei amici che vivono lì. Anche se non è vita. È terrore. L’unico rumore che sentono giorno e notte è quello delle ambulanze. Chi sta male telefona ai numeri verdi. Gli ospedali sono inavvicinabili. I medici di base fanno quello che possono. Le farmacie sono trincee. Fino alla scorsa settimana al telefono gli operatori suggerivano di tenere sotto controllo la temperatura. Poi non bastava la temperatura corporea. Per essere considerati è diventato necessario avere anche un saturimetro per misurare la concentrazione di ossigeno nel sangue. Ieri non bastava più neppure avere febbre e livelli di ossigeno bassi perché ad alcuni casi a rischio rispondono che sì, sono a rischio ma consigliano loro di stare a casa e trovarsi una bombola d’ossigeno. Che ovviamente non si trova. Non si trovano le mascherine, non si trovano i termometri, i saturimetri e ora neppure le bombole d’ossigeno. Tutti, tutti, tutti i conoscenti e gli amici che sento mi dicono che i numeri ufficiali non sono quelli reali. E io spero non sia così. Perché non lo vedo e quel che mi raccontano appare incredibile. Eppure ho paura che non lo sia affatto. Vi risparmio i dettagli. Non servono. Perché spero che per il resto del Paese rimangano incredibili. E lo rimarranno se impareremo a stare il più possibile a casa. Usciamo per fare la spesa, comprare i giornali, andare in farmacia. Ma rispettando le poche indicazioni che ci sono state date. È una guerra che si combatte per sottrazione, nascondendosi. Noi possiamo farlo. Non facciamoci cogliere di sorpresa. Loro non hanno capito in tempo, non hanno potuto. Noi sì. E dobbiamo capirlo. Stiamo a casa.