Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Di Maio vittima del manicomio M5S

default_image

Federico Sciurpa
  • a
  • a
  • a

Davide Vecchi Luigi Di Maio farebbe bene a lasciare l'incarico di capo politico del Movimento 5 Stelle. Del resto capo politico non lo è mai stato. Ma non per sue scarse capacità (per alcuni conclamate) né per sue scelte sbagliate (secondo molti certificate). Dovrebbe lasciare perché non ha mai potuto né dimostrare le sue capacità né adottare alcuna scelta: è tutto dipeso dalla base.  O almeno così ci hanno da sempre raccontato: nessun leader, decide la piattaforma. Poi certo c'era Beppe Grillo e poi l'ultima parola spetta a Davide Casaleggio e insomma il peso specifico di Luigi di Maio equivale a zero. Così è stato per la nascita dell'esecutivo con la Lega di Matteo Salvini che ha reso ben evidente quanto, al momento di stringere, Di Maio non avesse alcun potere decisionale autonomo. Decisione di altri è stata anche la benedizione del governo con il Partito Democratico di Nicola Zingaretti poi estesa con spirito puramente suicida alle regionali in Umbria: fu la mitologica piattaforma Rousseau a decretare che il Movimento 5 Stelle doveva correre insieme al Pd, quel Pd denunciato e detronizzato dopo 49 anni di ininterrotta egemonia portando al voto anticipato il cuore verde d'Italia. Ricordo i consiglieri grillini uscenti in lacrime: “Non potete far esprimere una opinione a chi non è umbro”, lamentavano. E invece votarono pure i pastori sardi: “Decide Rousseau”. E Grillo e Casaleggio e chiunque ma Di Maio proprio no. Eppure ci ha messo la faccia, il nome, l'umiltà (o l'ingenuità) di tentare. Le prossime regionali in Emilia? Idem: nulla è stato deciso da Di Maio. E ora viene lapidato come unico responsabile delle scelte commesse e delle nefaste conseguenze di quelle decisioni. Siamo seri: Di Maio è stato ed è vittima del suo stesso movimento che si è rivelato schizovrenico e ha confermato, se ce ne fosse ancora bisogno, che la politica è una cosa seria e non può essere affidata a un voto su internet. Regalare alla casalinga di Voghera e al pescivendolo di Catania il sogno di poter arrivare in parlamento e ciò che ha permesso a Di Maio (e a molti altri) di sbarcare nel Palazzo totalmente privi di esperienza. Lui poi a differenza di altri – va detto – si è impegnato, ci ha provato, ha studiato e ha tentato di dimostrarsi all'altezza, ma la casalinga di Voghera e il pescivendolo di Catania nel frattempo non sono evoluti di pari passo e sono rimasti incapaci di valutare l'evoluzione e comprendere il cambiamento. Medesimo discorso vale per quanti non hanno versato il dovuto al Movimento e invece della metà hanno restituito cifre risibili dello stipendio da parlamentare: è una regola fuori dalla realtà e difficile da rispettare. Chi è dovuto andare a Roma se n'è accorto presto, la base da tastiera che vive al computer tra Voghera e Catania, non lo può capire. E il limite dei due mandati? Il tempo di iniziare a comprendere i meccanismi della macchina dello Stato e quando finalmente possono fare qualcosa di concreto devono andare a casa. A Di Maio il Movimento 5 Stelle non può imputare nulla di specifico. Questo processo è ridicolo, grottesco, comico. I grillini dovrebbero anzi apprezzare e ringraziare questo ragazzo di provincia che varcato il raccordo anulare ha tentato con tutte le sue forze e una gran volontà di essere all'altezza della situazione. Certo, ha sicuramente bagliato ad accettare l'incarico di ministro degli Esteri. Un peccato di presunzione ma probabilmente ignorava la reale portata del ruolo. E per quanto possa essersi impegnato (e tenti di impegnarsi) ha mostrato che il punto di partenza era troppo distante per colmare il gap. Torniamo lì: il problema del grillismo. Processarlo come capo politico è dunque risibile. Considerato che lui, come molti nel Movimento, spesso non sono potuti essere neppure capi di se stessi. Fa bene quindi chi, come Gianluigi Paragone, dopo tentativi di dialogo interni lascia il sacro Blog e la piattaforma mitologica. I fallimenti del Movimento vengono da lì: dalle intemerate on-line partite dal portale e dalle scelte su Rousseau. Il fallimento grillino non è attribuibile a Di Maio ma a chi ha pensato di affidare le sorti di un Paese alla casalinga di Voghera. Sarebbe l'ora che ciascuno tornasse a fare il proprio mestiere.