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Liliana Resinovich, "il suo corpo potrebbe essere stato congelato". La perizia medico-legale del giallo di Trieste

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Liliana Resinovich, scomparsa il 14 dicembre scorso, è "morta per soffocamento". A dirlo sono le carte della perizia medico-legale, che confermano quanto già trapelato in questa vicenda. In assenza di segni di violenza sul corpo (né l’autopsia né la Tac hanno individuato alcunché di significativo: nessuna frattura o lesioni) la tesi rimane ancora una volta quella del suicido: un decesso per asfissia, come già trapelato in queste settimane. Liliana si sarebbe soffocata da sola con i due sacchetti di nylon avvolti in testa. Nella relazione si parla di una "asfissia da spazio confinato" che si verifica quando una persona si trova in un ambiente in cui l’ossigeno è in esaurimento.

 

 

Ma un'altra ipotesi - seppur definita "molto remota" - si intravede nel documento che porta le firme del medico legale Fulvio Costantinides e del radiologo Fabio Cavalli, sollevando per la prima volta la possibilità del congelamento. Il motivo è un buco di ben tre settimane tra il giorno della scomparsa, il 14 dicembre, e il giorno del ritrovamento del cadavere nella boscaglia dell’ex ospedale psichiatrico del quartiere di San Giovanni, che risale al pomeriggio del 5 gennaio. Secondo i due specialisti Lilly è morta "al massimo entro 48 ore dal ritrovamento", si legge nella consulenza radiologico-forense e medico legale, dunque tra il 3 e il 4 gennaio.

 

 

 

Cosa ha fatto la donna in quelle tre settimane? Dove è stata? Si è nascosta? Ha vagato nei boschi? Era ospite di qualcuno? O qualcuno l’ha segregata da qualche parte? O, ancora, è stata uccisa, quindi "congelata", portata nella boscaglia, ricoperta con i sacchetti di nylon e avvolta dai sacchi neri? Interrogativi tuttora privi di risposte, innescati sulla base di un dato ben preciso e più volte ribadito nella relazione dei due medici: il cadavere, quando è stato scoperto nella radura del parco, non era in putrefazione. Non solo. I vestiti che Liliana indossava apparivano in ordine: giubbotto grigio, felpa rossa, canottiera, reggiseno, slip, pantaloni con cintura, scarpe, una borsetta nera a tracolla con la scritta “Biagiotti”, un orologio analogico fermo alle 9.17 (o 21.17). Era senza la fede. Le mani afferravano la cerniera del giubbotto. Abiti "puliti", così come i sacchi in cui era infilata: "integri" quando la donna è stata rinvenuta. Il corpo, oltre a non presentare segni di putrefazione, era depilato: zona ascellare, pube e gambe apparivano privi di ricrescita. L’autopsia e l’esame tossicologico hanno peraltro rintracciato nel cadavere soltanto i resti del caffè e di un’uvetta forse di un panettone (rilevate anche tracce di un multivitaminico, di un’aspirina e una tachipirina) si presume consumati la mattina della scomparsa, stando a quanto fin qui ipotizzato. Sono le condizioni del corpo – la mancanza di uno stato putrefattivo, la depilazione priva di ricrescita e le tracce di quella colazione – a suggerire la possibilità che la salma della sessantaquattrenne triestina possa essere stata occultata e congelata. Ma in questo caso la morte sarebbe avvenuta "in luogo ignoto e diverso, con cadavere conservato e poi teoricamente congelato", evidenziano gli specialisti. E poi, ancora, "spostato a gennaio nel luogo del rinvenimento". Ma nella relazione è anche chiarito che "non vi sono, allo stato, elementi specifici per dimostrare un avvenuto congelamento post mortale del cadavere". L’ipotesi resta quindi "remota".