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Istat, primo trimestre 2022: sale la pressione fiscale, stabile il potere d'acquisto delle famiglie

Christian Campigli
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Se lo Stato esulta, il cittadino piange. L’ennesima dimostrazione che questo antico detto corrisponde alla stringente verità giunge dagli ultimi dati resi noti dall’Istat. Nel primo trimestre del 2022, l'indebitamento delle amministrazioni pubbliche sul Pil si è marcatamente ridotto in termini tendenziali, per il consistente aumento delle entrate, che ha più che compensato l'aumento delle uscite. Secondo i numeri resi noti questa mattina dall’agenzia di stampa Ansa, la pressione fiscale si attesta al 38,4% del Pil, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2021. Complessivamente, nel primo trimestre del 2022, le amministrazioni pubbliche hanno registrato un indebitamento netto pari al -9,0% del Pil, in miglioramento rispetto al -12,8% del corrispondente periodo del 2021. Le buone notizie terminano qua.

 

 

Ed iniziano, in un perverso gioco di contrappesi, quelle negative. Che toccano da vicino lavoratori, studenti e pensionati. Imprenditori e partite iva. Nel primo trimestre il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,6% rispetto al trimestre precedente. Tuttavia, per effetto del generalizzato aumento dei prezzi, il potere d'acquisto è cresciuto soltanto dello +0,3%. Come dire, se si sommano le tasse che crescono, uno Stato che non riesce a contenere gli sprechi di una macchina burocratica tanto lenta quanto inefficace ai limiti del fantozziano, e la crescente inflazione, che va ad intaccare in modo sensibile il potere di acquisto dei nostri connazionali, il risultato finale è decisamente negativo. Con buona pace di chi sperava in un’impennata dei consumi.

 

 

A tutto ciò va poi sommata la propensione al risparmio delle famiglie, che è stata pari al 12,6%, in aumento di 1,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, a fronte di una crescita della spesa per consumi finali più debole rispetto a quella del reddito disponibile (+1,4% e +2,6% rispettivamente). Gli Italiani hanno meno disponibilità economica e maggiore paura del futuro. E sono convinti che le imposte aumenteranno ancora, a fronte di stipendi sempre più miseri.