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Terrorismo, propaganda jihadista sul web: arrestato 37enne egiziano

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Consumava e rilanciava materiale di propaganda jihadista sul web a favore di una vasta comunità virtuale di utenti, condivideva documenti di vero e proprio addestramento militare e andava all'attacco sui social con messaggi violenti e di propaganda jihadista. Così, un egiziano è stato arrestato questa mattina, sabato 18 giugno, dal personale del Ros dei carabinieri. I militari, infatti, hanno eseguito l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Roma su richiesta della procura a carico del 37enne per partecipazione a un’associazione con finalità di terrorismo internazionale (lo Stato Islamico) e addestramento con finalità di terrorismo. L’attività investigativa trae origine due anni fa, "dal particolare attivismo nel web da parte dell’indagato", il quale consumava e rilanciava materiale di propaganda jihadista a favore di una vasta comunità virtuale di utenti, "attività virtuale che rivestiva particolare allarme in quanto lo stesso risultava segnalato, in quei mesi, assieme a un altro co-indagato, come frequentatore dell’area turistica del Vaticano", precisano i carabinieri del Ros.

 

 

Le indagini hanno consentito di dimostrare come il 37enne, "grazie all’accesso che gli era garantito a canali Telegram gestiti dagli organismi mediatici ufficiali di Stato Islamico, ha più volte condiviso con altri utenti documenti di vero e proprio addestramento militare, attraverso i quali ha impartito istruzioni sul maneggio delle armi da fuoco, sulla fabbricazione di ordigni esplosivi improvvisati e sulle procedure operative e tattiche per la messa in atto di attacchi terroristici", precisano i militari del Ros. Le indagini preliminari sono tuttora in corso. Grazie a verifiche anagrafiche, attività informativa di settore, servizi di osservazione e pedinamento - affiancati da una mirata azione tecnico-informatica, è stato possibile ricostruire i comportamenti del 37enne, "da cui è emerso come lo stesso fosse parte integrante del Daesh", sottolineano i militari. Nel dettaglio, si è accertato "il ruolo centrale ricoperto dal 37enne nel mettere in pratica le istruzioni che lo Stato Islamico impartisce ai suoi militanti, volte a evitare di essere individuati dalle forze di polizia dell’Occidente, al tempo stesso garantendo la massima diffusività dei messaggi violenti propugnati dall’organizzazione". L'uomo, viene spiegato, "nell’ambito della cosiddetta 'jihad della penna', era un combattente virtuale per conto dello Stato Islamico che, con la disseminazione di prodotti mediatici di natura apologetica, di video ad alta valenza evocativa e di aggiornamenti sui 'successi' delle campagne di insorgenza nei territori di conflitto, può continuare a sopravvivere, cooptando sotto la propria bandiera ideologica il maggior numero di aderenti, i quali sono chiamati a colpire nei territori di origine, anche in Occidente". Tale strategia, spiegano i carabinieri, ha la duplice finalità "di combattere i miscredenti (coloro che non professano la religione musulmana) e gli apostati (coloro che non professano il salafismo-jihadista, quindi compresi i regimi del mondo musulmano, giudicati corrotti) e di vincere la contesa globale contro il proprio rivale di maggiore consistenza, vale a dire al-Qaeda".

 

 

È attraverso questa chiave interpretativa che va letta una delle modalità di azione adottate del 37enne, il quale, "partecipando a un circuito virtuale composto da meri simpatizzanti, membri effettivi e anche veri e propri combattenti del Daesh, denominato 'Casa Mediatica Roma' (appellativo altamente evocativo, che - nel gergo jihadista - simboleggia l’obiettivo ultimo di questa visione distorta della religione musulmana, vale a dire quello di conquistare la culla della cristianità e così costituire l’unica comunità dei veri fedeli sotto la bandiera nera del Califfato, denominata 'Umma') prendeva parte alle 'campagne di aggressione mediatica', concepite da un nucleo di dirigenti di Stato Islamico, incaricato di individuare gli obiettivi delle offensive virtuali e i mezzi per attuarle. In questo modo, le pagine social media maggiormente esposte al pubblico venivano inondate di messaggi violenti e di propaganda jihadista, con la finalità da un lato di esaltare i sostenitori del jihad e dall’altro di attrarre la platea di coloro che per la prima volta si affacciano a questa errata interpretazione dell’lslam".