Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Milano, spiavano da telecamere di sorveglianza e rivendevano video a 20 euro. Ripresi anche minori

  • a
  • a
  • a

Entravano nelle telecamere di video sorveglianza di case private, palestre e piscine e vendevano sul web le immagini a 20 euro, dando anche l’opportunità di abbonarsi con altri 20 euro a profili ’vip’ con cui poter accedere a tutti i video o addirittura alla diretta dei luoghi hackerati. Due sono i gruppi scoperti dalle indagini della Polizia postale, 11 le persone al momento indagate nell’operazione Rear window. Gli investigatori della Postale di Milano, Napoli e Catania hanno sequestrato 10 smartphone, 3 workstation, 5 PC portatili, 12 hard disk e svariati spazi cloud, per una capacità di archiviazione complessiva di oltre 50 Terabyte.

 

Sono stati inoltre sequestrati tutti gli account social usati dagli indagati e diverse migliaia di euro, anche in criptovaluta. Gli investigatori sono riusciti a individuare i componenti di due gruppi criminali, per uno dei quali si configura l’associazione per delinquere, attivi dal 2019. Gli indagati sono tutti italiani, con età compresa tra i 53 e i 20 anni, a eccezione di un cittadino ucraino che al momento risulta irreperibile. Tra di loro molti giovani e professionisti di diversi settori, dal tecnico informatico all’operaio edile fino al pubblicitario: le indagini hanno confermato che i gruppi erano molto organizzati ed erano attivi da 3 anni. Le indagini sono partite nel corso di un’altra investigazione che ha visto la Polizia Postale collaborare con i colleghi della Nuova Zelanda su reati pedopornografici, in particolare dall’analisi del telefonino di una persona, poi coinvolta in un’indagine per pedopornografia. Gli investigatori hanno inoltre ricevuto anche la denuncia di una persona a cui era stata segnalata la presenza sul web di video interni alla piscina in Brianza che frequentava abitualmente.

 

Tra le immagini rubate ci sono anche quelle di minori e neonati. Entrando nelle telecamere di video sorveglianza di case private, i gruppi criminali avevano accesso alle immagini dei bambini che lì vivono, anche nei momenti più intimi, come in alcuni casi il cambio del pannolino sui fasciatoi. Le immagini venivano catturate dalle telecamere di video sorveglianza che i genitori usavano come baby monitor ma che, essendo collegate a internet, spesso non di ultima generazione o modelli economici, e non protette da password sicure, erano facilmente raggiungibili dagli hacker. Per questo, tra le ipotesi di reato da parte della procura milanese c’è anche la detenzione di materiale pedopornografico. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli indagati riuscivano a introdursi illegalmente nelle telecamere violando la privacy di persone totalmente ignare di essere spiate, in palestra o in piscina ma anche all’interno delle loro abitazioni. Il principale scopo era quello di vendere i filmati e le immagini che venivano vendute e pubblicizzate anche sulle piattaforme di messaggistica: in un primo momento i gruppi avevano scelto il social network, VKontakte, abbreviato VK, conosciuto come la versione russa di Facebook, per poi spostarsi su Telegram. Qui, in una chat aperta con migliaia di iscritti, venivano pubblicate clip di pochi secondi dei video che poi venivano venduti a 20 euro.