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Bari, donne ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi: polizia arresta venti persone

Christian Campigli
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Un sistema crudele. Che sfruttava la fragilità emotiva di ragazze innocenti. Adescate tramite i social network, riempite di complimenti prima e di promesse poi. Ed infine sbattute per la strada. A prostituirsi.  Alle prime luci dell’alba, la polizia ha eseguito a Bari e in alcuni comuni limitrofi un’ordinanza di custodia cautelare in carcere (per dodici uomini) e ai domiciliari (per cinque), emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale del capoluogo pugliese, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nella quale vengono riconosciuti gravi indizi di colpevolezza a carico di venti persone.

 

 

Secondo la tesi accusatoria, questi soggetti, indagati del reato di associazione per delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù e allo sfruttamento della prostituzione, farebbero parte di un'organizzazione malavitosa che sfruttava lo schema noto con l’espressione “Lover Boys”. I malviventi avevano fatto giungere nel nostro Paese numerose ragazze rumene. Conosciute su internet, donne dal profilo emotivo e psicologico spesso fragile, che vivevano in famiglie non attente alle loro esigenze. Lo schema era piuttosto semplice: alcuni soggetti si dedicavano esclusivamente alla ricerca dei profilo migliori. Poi entravano in ballo “gli scrittori”, uomini in grado, con parole dolci, romantiche e affettuose, di carpire la fiducia delle ventenni. La promessa di un matrimonio, di una vita di lusso e di sfarzo lontano dalla Romania era la famigerata ciliegina sulla torta. La manipolazione, in pochi mesi, veniva portata a termine.

 

 

Le ragazze erano spinte a dimostrare i propri sentimenti con delle “prove d'amore”: autentiche vessazioni, che andavano avanti per settimane. Una volta giunte in Italia, si trovavano già in una condizione psicologica di totale schiavitù. A quel punto, venivano messe in strada senza tanti complimenti. L'associazione si sarebbe avvalsa anche del contributo di alcuni cittadini italiani, che avrebbero fornito assistenza logistica ed operativa. Un gruppo che avrebbe guadagnato oltre tre milioni di euro all'anno. Un'organizzazione pronta anche ad uccidere chi osava ribellarsi: nel marzo del 2017 una delle vittime fu travolta da un'auto. Le indagine hanno accertato che si è trattato di un vero e proprio tentato omicidio. La colpa della ragazza? Aver detto “basta” allo sfruttamento di un gruppo di malviventi, chiamati in gergo “papponi”.