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Il caso della finta pistola in aula per vendetta e l'indulgenza nei confronti dei bulli a scuola

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Pietro De Leo
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Ci risiamo. La stampa locale fiorentina ha riportato la vicenda di un quindicenne che, in un istituto tecnico fiorentino, ha puntato una pistola giocattolo alla tempia di un prof, per “regolare una questione”, ossia le troppe note ricevute dal docente. “Era solo uno scherzo”, si è giustificato il ragazzo alla polizia giunta in casa sua per perquisirlo. Pare che sia stata la scuola, e non il professore, a denunciare il giovane con le contestazioni di minaccia aggravata e per l’interruzione di pubblico servizio. L’origine straniera del ragazzo rileva, in questo caso, solo fino ad un certo punto. Magari per il dibattito intorno al cantiere sullo ius scholae: siamo sicuri che basti il completamento di un ciclo di studi per riconoscere la cittadinanza? Probabilmente no. Né in senso formale, per i figli di immigrati. Né in senso sostanziale per tutti gli altri. No.

 

 

Considerando lo stato pietoso in cui versa la figura dell’insegnante, fiaccata dall’onda lunga di una pedagogia progressista che ha voluto annacquare nell’ideologia pietista e del “confronto” una trasmissione del sapere che nell’età della maturazione ha bisogno del principio d’autorità. In questo contesto, è mutato anche il ruolo dei genitori, molti dei quali riconvertiti nei sindacalisti dei propri figli. I fatti di cronaca rappresentano, purtroppo, una degenerazione di tutto questo. Il gesto di una pistola finta puntata, infatti, non è purtroppo un caso isolato. Qualche anno fa cominciò a girare sui social un video realizzato, di nascosto, in un’aula di Lucca. C’è un ragazzino che “ordina” al suo prof di mettergli un sei sul registro, e poi  di inginocchiarsi. I compagni, non paghi, rovesciano addosso al docente il secchio dove si getta la carta della differenziata. Solo la circolazione di quel video fece esplodere il caso, con tutte le conseguenze. Perché il prof nemmeno aveva segnalato l’accaduto al preside. A Caserta, invece, un’insegnante fu sfregiata al volto da un suo alunno contrariato per una nota ricevuta. E la donna, dall’ospedale, continuava ad esternare parole d’indulgenza verso il delinquentello.

 

 

Ed è proprio questo tipo di atteggiamenti a costituire un pilastro del grande problema chiamato de-responsabilizzazione. Da un lato lo smontaggio del voto di disciplina a scuola, dall’altro l’aver archiviato il valore della sanzione, preferendo il dilagare di una lettura “sociale” di certi atteggiamenti. I ragazzi che, dopo aver perso quasi due anni di lezioni a causa della Dad, si sono messi ad occupare le scuole e sono scesi in piazza contro l’esame di maturità hanno ricevuto tonnellate di miele dai commentatori di area progressista, convinti che quello, cioè continuare a non studiare, fosse un modo adeguato per costruirsi il futuro. Così come quanti si rendono artefici di oltraggi e vessazioni ricevono sempre un angolo di pietà nell’essere dipinti come ragazzi problematici. Ma non è affogando i giovani nei loro errori inondandoli di perdonismo che li si abitua a superarli e a prepararsi alla vita vera. Quella in cui gli sbagli si pagano e non c’è nessuno a tendere la mano.