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Disturbi del comportamento alimentari, nei primi sei mesi di pandemia sono aumentati del 40%

Christian Campigli
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Non è andato tutto bene. E, certamente, non ne siamo usciti migliori. A distanza di due anni, gli ottimistici propositi relativi al Covid e al lockdown sono, come si dice in gergo, scaduti male. Appaiono oggi grotteschi, come una mielosa e patetica lettera d'amore, scritta da un adolescente alla sua prima cotta. Tra le numerose conseguenze negative del Coronavirus, ve ne è una che non può essere sottovalutata: il clamoroso aumento di anoressia, binge eating e bulimia. Durante i primi sei mesi di pandemia, i casi di disturbi del comportamento alimentare sono aumentati del 40% rispetto al 2019. Nel primo semestre 2020 sono stati rilevati 230.458 nuovi episodi, contro i 163.547 del primo semestre del 2019. Il carico assistenziale nel 2020 ha toccato i 2.398.749 pazienti, un dato sottostimato poiché esiste, in questa patologia, una grande quota di persone che non si cura. Lo rilevano i dati analizzati dal Consorzio Interuniversitario Cineca e presentati questa mattina, in occasione della giornata nazionale del Fiocchetto Lilla.

 

 

Durante la pandemia – afferma Laura Dalla Ragione, responsabile della Rete Disturbi Comportamento Alimentare della Usl 1 dell’Umbria, intervistata dall’agenzia di stampa AskaNews – le persone che soffrivano di un disturbo alimentare si sono aggravate. Magari hanno impiegato mesi per trovare il coraggio di chiedere aiuto o hanno aspettato mesi per un ricovero, aumentando il rischio di cronicizzazione o la ricaduta nel disturbo”. Il censimento, in continua evoluzione, consente anche di conoscere informazioni relative all’utenza assistita. Risultano in carico al 65% dei centri quasi 9.000 utenti (8.947), al 90% di genere femminile. Il 58% ha tra i 13 e i 25 anni, il 7% meno di 12 anni. Tra i casi rilevati, l’anoressia supera il 36,2%, la bulimia tocca il 17,9% e il disturbo di binge eating sfiora il 12,4%. Sono 1.099 i professionisti che lavorano nei centri:  psicologi (21%), psichiatri o neuropsichiatri infantili (17%), infermieri (14%) e dietisti (11%).

 

 

“Facilitare la richiesta di aiuto e informare sull’assistenza sono gli obiettivi della mappatura dei centri – spiega Roberta Pacifici, responsabile del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Sanitario di Sanità – Il 30% della popolazione ammalata è sotto i 14 anni”. Dati allarmanti. Numeri che non possono essere sottovalutati. L’ennesima dimostrazione che l’assenza di contatto, di socialità e di scambio ha avuto delle conseguenze nefaste, soprattutto sui più giovani. Soggetti fragili, che oggi devono essere aiutati per superare un disturbo, quello alimentare, che può letteralmente rovinare loro l’esistenza.