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A Taranto droga, telefonini e schede sim in carcere: in nove arrestati tra cui un secondino

Christian Campigli
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Riuscivano ad impartire ordini, controllare il territorio e gestire lo spaccio di droga. Nonostante fossero reclusi in carcere. Teoricamente isolati. Lontani dalla stanza dei bottoni. Un’operazione lunga e complessa, che ha permesso agli uomini in divisa di sgominare un’organizzazione molto efficiente. Introducevano all’interno della casa circondariale di Taranto droga, telefoni cellulari e schede sim: sono nove le persone arrestate grazie al lavoro dei poliziotti della squadra mobile del capoluogo pugliese, iniziato ad agosto del 2020 e coordinato dalla Procura della Repubblica. Sei sono finiti in carcere, tre agli arresti domiciliari. In quindici sono stati denunciati in stato di libertà.

 

 

Gli indagati sono accusati di spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi comuni da sparo, introduzione illecita di telefoni e schede sim, corruzione e ricettazione. Gli investigatori sono venuti a conoscenza di questo traffico illegale quasi per caso, mentre indagavano su alcuni malviventi, coinvolti in reati legati al contrabbando. L’inchiesta ha documentato almeno cinque consegne, portate a termine grazie ad un sofisticato sistema, di cui faceva parte anche un agente alla polizia penitenziaria. In sostanza, alcuni detenuti, considerati le menti dell’organizzazione impartivano telefonicamente precise disposizioni, ad altri pregiudicati in libertà. Veniva ordinato loro quando e in che modo far entrare nel penitenziario i telefoni cellulari, indispensabili per ribadire ai proprio sottoposti che i boss, anche se dietro le sbarre, vedevano e sentivano tutto. E soprattutto che nessuna decisione poteva essere presa senza il loro consenso. Fondamentale anche lo spaccio di droga, all’interno delle mura del carcere: eroina, cocaina e hashish rappresentavano, oltre ad un lucroso business, uno strumento di controllo dei detenuti. Il denaro veniva versato dai famigliari dei tossicodipendenti attraverso ricariche a carte di credito “Postepay”.

 

 

L’indagine ha svelato il ruolo determinante di un secondino che, sfruttando la sua posizione, introduceva scatole di cioccolato in polvere, creme e pennarelli con all’interno la droga, le schede sim e i microtelefoni. L’uomo riceveva a casa propria i pacchi e per ogni consegna riscuoteva dai trecento ai mille euro. Schede telefoniche intestate a ignari cittadini stranieri, che avevano sporto denuncia per sostituzione di persona. Ad alcuni degli indagati è contestato anche il concorso nella detenzione e nel porto in luogo pubblico di un’arma comune da sparo calibro 22, nonché la detenzione illegale di svariate armi da sparo. Una rete ben organizzata, che riusciva a mantenere il controllo del territorio da un lato, del carcere dall’altro. E che guadagnava cifre rilevanti, anche grazie all’ingordigia di un agente penitenziario.