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Lavoro, il 78,4% dei rider contrario al rapporto subordinato. Lo studio della Link Campus University

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Pietro De Leo
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L’irruzione della tecnologia nella nostra epoca ha definito nuovi profili di lavoro. Il simbolo di questo fenomeno sono senza dubbio i “rider”, gli addetti alla consegna delle cibarie a domicilio. Li vediamo fendere le nostre strade in bicicletta o addirittura in monopattino, con indosso le pettorine delle aziende per cui lavorano. A tutte le ore del giorno, muniti di smartphone. L’Italia ha adottato un contratto collettivo, avversato però dalla Cgil, il primo in Ue, che ne mantiene il profilo di autonomia, ma avendo aumentato le tutele. E di recente, la Commissione Europea ha emanato una proposta di direttiva in cui si sancirebbe il rapporto di lavoro di tipo subordinato.

 

 

Ma chi è impegnato tutti i giorni, e tutte le notti, con la consegna dei pasti, come la pensa? A metter giù qualche numero ha pensato uno studio della Link Campus University, coordinato dal professor Nicola Ferrigni. Sono stati intervistati oltre 500 rider che operano per le principali aziende di consegna (Deliveroo, Glovo, Just Eat). Il risultato è eloquente: nel 78,4% dei casi si dichiarano contrari ad estendere, come da evidente linea europea, il modello del lavoro subordinato ai gig workers. Ferrigni spiega questo numero con la necessità di guardare “all’essenza di questa attività lavorativa, che si costruisce attorno al valore identitario e non negoziabile della libertà. Questo significa una gestione autonoma e flessibile del rapporto tempo/guadagno, del tutto in contrasto con la rigidità del lavoro subordinato”.

 

 

Il “no”, però, è scomponibile in varie motivazioni. Per il 35,6% è dettato dalla paura di perdere la propria autonomia. Il 31,7% teme invece che il contratto di lavoro subordinato non conceda al rider la possibilità di gestire autonomamente il rapporto tra lavoro e guadagno. Il 15,9%, invece, paventa uno snaturamento del lavoro dei rider. Peraltro, c’è anche un 58% circa degli intervistati che approva l’utilizzo dell’algoritmo, ritenendolo “indispensabile” per la garanzia dell’efficienza del servizio oppure un incentivo a lavorare bene. Tuttavia, c’è evidentemente un versante strutturale del gig working che non soddisfa gli intervistati, ed è quello delle tutele legali e sindacali, su cui il 60% esprime un giudizio negativo. Visti nel complesso, sono numeri che fotografano una nuova dinamica di organizzazione del lavoro. Per il sindacato, attorno a questo, si consuma la sfida della rappresentanza, che non può essere affrontata cercando di applicare schemi novecenteschi.