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Costa Concordia, dieci anni fa la tragedia: 32 morti. "I membri dell'equipaggio si dileguavano invece di aiutare chi rischiava di morire"

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Sono passati dieci anni dalla tragedia della Costa Concordia. Erano le 21.45 del 13 gennaio 2012 quando la nave urtò contro uno scoglio dell'Isola del Giglio, in provincia di Grosseto, per poi adagiarsi sul fondale. Persero la vita 32 persone. Le altre furono salvate in ore concitate e drammatiche. Per quel disastro il comandante della nave, Francesco Schettino, è stato condannato a 16 anni di carcere. Oggi, dieci anni dopo, è prevista una celebrazione per ricordare quella notte. E' stata annunciata la presenza di Franco Gabrielli, allora a capo della protezione civile. Il programma prevede alle 12 la messa a suffragio nella chiesa di Giglio Porto, alle 13 la deposizione di fiori in memoria delle vittime a Punta Gabbianara e alle 21,45 le imbarcazioni ormeggiate al porto suoneranno la sirena per ricordare l'incidente.

A dieci anni dagli eventi il sindaco, di allora e di oggi, Sergio Ortelli ricorda: "Il momento in cui capimmo che il naufragio si stava trasformando in tragedia ce l'ho chiaro in mente. Fu quando sul molo fu portata la prima vittima, poi la seconda, poi la terza. Le persone ci chiedevano di mettere in salvo un figlio, un parente. Quei dispersi, col tempo, divennero vittime. E quella fu la cosa più dura da affrontare". A ricordare gli eventi è anche Antonio Belardi, ex consigliere comunale del Giglio e tra i soccorritori in porto. "Una telefonata mi avvisò di una nave da crociera finita sugli scogli: pensai a uno scherzo. Poi mi affacciai dal balcone e vidi quel gigante del mare adagiato davanti la costa. Arrivato in porto trovai il caos. Da una parte del molo facevamo passare i naufraghi bagnati, per portarli in hotel. Dall'altra quelli asciutti, per dirigerli verso la chiesa e la scuola".

"Ricordo bene la scarsa professionalità di alcuni membri dell'equipaggio della Costa - continua - E non parlo certo di chi lavorava in cucina, ma di gente graduata. Arrivavano con le scialuppe sul molo e poi, abbandonando l'imbarcazione, pensavano solo a mettersi in salvo. Fu disarmante. Scendevano e si dileguavano. Trovavamo scialuppe lasciate lì abbandonate. Molti gigliesi salirono a bordo e cominciarono a fare la spola tra il molo e la nave. A un certo punto individuai uno di questi marinai, con tanto di gradi. Gli chiesi: "Ma non la sai guidare una pilotina? Allora che aspetti, portami sotto la nave che andiamo a prendere altre persone. Ma lo hai capito che la gente rischia di morire?". Don Lorenzo, allora parroco della chiesa dei santi Lorenzo e Mamiliano di Giglio Porto, ricorda così quella notte: "In chiesa ospitammo almeno 450 persone, di più non entravano. Ricordo in particolare un giovane, era completamente bagnato, infreddolito, non parlava con nessuno. Quando me lo fecero notare, lo portai in casa mia per farlo scaldare e dargli vestiti asciutti. Era un giovane membro dell'equipaggio, un ragazzo del Perù che lavorava al casinò della nave. Era shockato, infreddolito, disperato: non diceva una parola. La comunità del Giglio fece tutto quello che fu possibile, quella notte. E forse anche di più. Sull'isola eravamo forse 350 persone e riuscimmo ad accoglierne 4.200, pur non avendo i mezzi per aiutarli".