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Il dramma di Francesco, ucciso a 2 anni dalla madre: lei era convinta dell'autismo del piccolo

Christian Campigli
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Sei anni, trentasei esami. Più altri quattro e una ventina di prove ulteriori da superare per la specializzazione. Fino al traguardo tanto ambito: conseguire la laurea in medicina e diventare un dottore. Un percorso tanto difficile, quanto del tutto inutile. Almeno secondo chi è convinto di poter trovare tutte le risposte sul più noto motore di ricerca del web, Google. E' stata questa folle, assurda, incomprensibile convinzione a spingere Adalgisa Gamba ad uccidere il proprio figlio, Francesco, di appena due anni. Una vicenda, quella legata alla quarantenne di Torre del Greco, che dopo l'interrogatorio reso ai carabinieri, assume contorni sempre più foschi, lugubri. Densi di un'ignoranza cieca, che non ammette repliche. Neppure di fronte alla più palese delle evidenze.

 

 

La donna campana era convinta che il piccolo fosse autistico. Un'idea diventata presto una autentica fissazione: sì, il bimbo non si esprimeva ancora correttamente, ma questo è del tutto normale a quell'età. I vari medici che avevano visitato Francesco avevano invitato alla calma: ogni bambino ha i suoi tempi. In ogni caso, nella peggiore delle ipotesi, la situazione si sarebbe normalizzata con un po' di semplice logopedia. Ma Adalgisa non ci credeva. Era convinta ci fosse dietro chissà quale complotto. Lei aveva fatto delle ricerche in rete e aveva concluso la propria, scellerata diagnosi: autismo. "Ho notato – ha detto la Gamba ai militari – un certo ritardo nel linguaggio e, più in generale, problemi di apprendimento, sebbene fisicamente sia sempre stato molto attivo. Era solito fare dei movimenti ripetuti con le mani, agitandole dinanzi al volto ed in particolare agitando anche le dita. Avevo parlato anche con mia mamma di questa mia convinzione, era diventato un tarlo fisso. Lo spettro dell’autismo ha cominciato a perseguitarmi, perché mio figlio faceva cose che la mia prima bambina non aveva mai fatto”.

 

 

Parole che lasciano sgomenti, difficili persino da commentare. La quarantenne ha poi raccontato agli uomini in divisa gli attimi che hanno preceduto l'assassinio di Francesco. “Guardavo il mare e pensavo alla libertà, senza rendermi conto di tutto il resto. Ho avvertito una sensazione di liberazione, per me e per quella che sarebbe stata la vita di mio figlio”. Un quadro familiare agghiacciante, emerso in tutto il suo squallore anche dall'interrogatorio del marito, Elio Nazzareno Auciello. “Diceva che Francesco era brutto, lamentandosi dei continui pianti del bambino, auspicandone perfino la morte quando diceva: vogliamo farlo schiattare e magari si toglie il vizio. La donna, come si legge nell'ordinanza di convalida del fermo, ammette “con chiarezza di non aver mai accettato il piccolo, fonte di dolore sin da prima della sua nascita, essendo egli stato fautore di una gravidanza difficile, di un parto dolorosissimo, di un definitivo allontanamento del marito, nonché protagonista di un quotidiano ingestibile. Marito assente dalla vita dei figli”. Secondo le prime ricostruzioni, il minorenne sarebbe rimasto in mare almeno due ore. Forse tre. Un lasso di tempo fatale per la vita di un piccolo, innocente bimbo. Ucciso dall'ignoranza e dalla paura di una donna fragile. Lasciata forse troppo sola col suo poderoso, insostenibile fardello di angoscia, di dolore e di follia.