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Whirlpool, il Tribunale di Napoli dice sì ai licenziamenti: "Non è condotta antisindacale"

Christian Campigli
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Un'autentica doccia fredda. La parola fine (a meno di clamorosi ed improbabili colpi di scena) non solo su una fabbrica. Ma sul futuro di centinaia di persone. Che da oggi dovranno guardarsi in giro e cercare un nuovo impiego. Oppure accettare un trasferimento ad oltre ottocento chilometri di distanza dalla propria casa, dai propri affetti. Per pagare quel mutuo contratto quando la firma sul tempo indeterminato sembrava un patto sancito nella roccia. O l'auto nuova, cambiata dopo mille tentennamenti. Il tribunale di Napoli ha rigettato il ricorso per condotta antisindacale presentata da Fim Fiom e Uilm nei confronti di Whirlpool, l'azienda che produce container refrigerati, per la chiusura dello stabilimento di via Argine, rendendo così di fatto esigibile il licenziamento dei 320 lavoratori.

 

 

La sentenza è arrivata questa mattina a poche ore dall'inizio dell'assemblea, a cui farà seguito anche uno sciopero di due ore, alla fine del turno, nella fabbrica di Cassinetta, a Varese. Una presa di posizione figlia dell'ultima fumata nera al Mise. Gli incontri tra il governo e la multinazionale statunitense non hanno prodotto i risultati sperati, ovvero garantire la continuità occupazionale, chiesta dalle organizzazioni sindacali. L'azienda aveva cominciato ad inviare, già ieri, le prime lettere di licenziamento, confermando fino a fine novembre l'incentivo di ottantacinquemila euro per l'esodo volontario alla fabbrica situata in Lombardia. In uno dei passaggi della sentenza si legge che “deve ritenersi che non sia espressione di anti sindacalità il comportamento avuto dalla resistente, che non ha proseguito sin dal maggio del 2019 negli investimenti, così come previsto dal piano, e che ha cessato l’attività produttiva nel sito dal primo novembre 2020. Si tratta di estrinsecazione del diritto di libertà di iniziativa economica previsto in Costituzione che, sebbene possa subire limiti per esigenze di carattere sociale, non può essere vincolato se non per volontà dell’avente diritto”. Il tribunale di Napoli annota come non solo “appaia plausibile il sensibile discostamento dalle stime di crescita previste”, a giustificazione della chiusura del sito campano di via Argine, ma anche come in tema di mantenimento dei livelli di occupazione, prima di procedere ai licenziamenti collettivi, la multinazionale abbia fatto la sua parte.

 

 

“Risulta che la società, al fine di mantenere i livelli occupazionali si sia attivata nell’agosto del 2019 nel ricercare soluzioni, coinvolgendo i sindacati, mediante la cessione del ramo di azienda anche con la riconversione aziendale. L’essersi adeguata poi, al diniego manifestato dai lavoratori e dai sindacati, di certo evidenzia la correttezza delle relazioni sindacali ed il peso che le sigle ricorrenti hanno avuto nelle trattative”. Una decisione che, al di là dei principi legali, pone trecento famiglie di fronte un ad un dubbio amletico, di quelli che non ti fanno dormire per almeno tre notti di seguito. Da un lato l'idea di perdere un lavoro sicuro, in una parte d'Italia dove, avere un'occupazione è un'autentica chimera. Dall'altro la prospettiva di ricominciare tutto da capo, ad oltre ottocento chilometri di distanza. E di abbandonare affetti, casa e abitudini di vita. Un gioco della torre, nel quale il lavoratore perde sempre.