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Torino, omicidio-suicidio: uccide la moglie e poi si spara. La confessione in un biglietto

Christian Campigli
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Un gesto di disperazione. Una serie di ipotesi investigative che, al momento, restano tutte aperte. Sul tavolo degli inquirenti. La morte di un'anziana signora e del suo consorte, proprio nel giorno in cui molti Italiani sono soliti recarsi nei cimiteri, a portare un saluto ai cari defunti. Omicidio-suicidio la scorsa notte a Torino. Bruno Daniele, 78 anni, ha ucciso nel sonno, con un colpo di pistola, sua moglie, Ivana Marita Pennacchio, 75 anni. E poi, con la medesima arma, si è sparato un colpo alla tempia. La coppia era originaria della Puglia, della provincia barese nello specifico, ma viveva da quasi mezzo secolo nel capoluogo piemontese. Una di quelle storie che oggi sembrano strane, perse nel tempo, come una spiegazzata fotografia in bianco e nero. Negli anni '60, complice il boom economico e l'industrializzazione di massa del triangolo d'oro, Genova-Milano-Torino, vi fu un'autentica migrazione di massa. Dalle povere e ancora rurali regioni del Mezzogiorno, in direzione del Settentrione. Dove c'erano le fabbriche, la Fiat in primis, e la promessa di un avvenire migliore. Erano gli anni della nebbia, costante compagna dei mesi invernali e dei cartelli esposti in numerosi condomini, che riportavano una frase tanto ingiuriosa quanto significativa di un'epopea: “non si affitta ai terroni”. In quegli anni, gli immigrati da respingere, quelli presi di mira, erano i meridionali.

 

 

Una vicenda, quella di Bruno e Ivana, dai contorni ancora oscuri. Dopo aver sparato alla moglie, nel letto, l’uomo ha chiamato il 112. Ed infine ha rivolto l’arma contro se stesso. All’arrivo i carabinieri hanno trovato l'anziano riverso sul divano, con in mano la pistola, regolarmente detenuta. Su un mobile del salotto,  i militari hanno anche trovato un biglietto di scuse ai propri figli. Ancora non sono chiari i motivi del gesto. Secondo i vicini, la coppia era restia a socializzare, parlava con pochissime persone. E, aspetto che potrebbe avere un peso nella ricostruzione dell'intera vicenda, i loro quattro figli non venivano quasi mai a trovarli. Sul tavolo degli inquirenti, al momento, sono aperte tutte le possibili piste investigative. Però, già adesso, alcune sembrano più verosimili di altre. Andrà velocemente capito se uno dei due coniugi aveva contratto una malattia mortale. In tal caso, potrebbe concretizzarsi la supposizione secondo la quale il congiunto non avrebbe voluto trascorre da solo la fase crepuscolare della propria esistenza. Ma non si può nemmeno sottovalutare l'ipotesi della solitudine. E della depressione.

 

 

Il fatto che i figli non si palesassero mai, non si recassero a trovare i propri genitori, è un dettaglio rilevante. Magari si erano create delle frizioni, oppure, più semplicemente, il lavoro e altri mille impegni li tenevano lontani da Bruno e Ivana. Che si sarebbero però sentiti dannatamente soli, ogni giorno di più, fino al crollo. Un'angoscia costante, resa da ancor più insopportabile da quella città che li aveva accolti, aveva dato loro un lavoro, ma, sotto sotto, non li aveva mai amati.