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Omicidio Duccio Dini, l'appello: altre due condanne e cinque pene confermate

Christian Campigli
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Una giovane vita, innocente, spezzata solo per essersi trovata nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Un omicidio che ha commosso e suscitato indignazione. E ha posto interrogativi profondi nella progressista e tollerante Firenze. La corte di appello del capoluogo toscano ha condannato tutti i sette imputati al processo per la morte di Duccio Dini, il ventinovenne travolto e ucciso il 10 giugno del 2018 da un'auto impegnata in un inseguimento tra nomadi, mentre lui era fermo sullo scooter davanti a un semaforo che indicava il rosso.

Per tutti le accuse erano omicidio volontario con dolo eventuale per la morte del ragazzo e tentato omicidio di un cittadino rom, obiettivo dell'inseguimento. I giudici, come richiesto dall'accusa, hanno confermato le condanne di primo grado per cinque dei sette imputati: 25 anni e due mesi a Kjamuran Amet, 25 anni a Remzi Amet, Remzi Mustafa, che era alla guida della Volvo che travolse Dini, Dehran Mustafa e Antonio Mustafa. Inflitta una pena di 7 anni a Kole Amet ed Emin Gani, assolti in primo grado, che erano su un furgoncino che aveva partecipato solo a una fase iniziale dell'inseguimento, perché avevano poi bucato una ruota.

 

 

Un vicenda terribile, che giunse in una assolata domenica di giugno, quando la città di apprestava a vivere, come da tradizione, la seconda semifinale del calcio in costume.

Duccio si trovava fermo ad un semaforo, col proprio scooter. La follia di un inseguimento condotto a velocità elevatissime (la Volvo che lo colpì viaggiava, secondo le ricostruzioni presentante durante il processo di primo grado, ad oltre centocinque chilometri orari) lo travolse irrimediabilmente. Morì il giorno seguente all'ospedale di Careggi, Il suo motorino venne ritrovato ad oltre venticinque metri di distanza dal semaforo. I motivi di quella folle corsa in stile Far West vennero spiegati durante il processo da uno dei condannati, Rufat. Quest'ultimo voleva un giuramento di fedeltà da parte di sua moglie, scappata due anni prima e poi riportata nel campo rom dai suoi parenti. Parenti tuttavia irritati dalla richiesta di filmare il giuramento, tanto che due giorni prima dell'inseguimento scoppiò una lite tra lui e i genitori della donna. Nell'occasione, l'uomo tirò una spinta al suocero davanti a tutti: un gesto interpretato come una grave mancanza di rispetto.

 

 

 

Da qui la decisione di “fargliela pagare”. Quella morte divise la politica, con la destra che attaccò con forza il sindaco Nardella, reo di non aver risolto un problema che veniva posticipato da decenni: la chiusura del campo rom del Poderaccio, luogo nel quale vivevano i setti condannati. Il lunedì seguente venne organizzata una manifestazione, alla quale parteciparono oltre duemila persone e durante la quale vennero raggiunti attimi di autentica tensione. Il corteo voleva entrare nel campo rom e farsi giustizia. Fu necessaria tutta la diplomazia del reparto Digos della polizia di Firenze per evitare il peggio. Il comune decise, sin da subito, di costituirsi parte civile al processo. Durante il quale il pubblico ministero Tommaso Coletta, disse testualmente che Duccio Dini era “vittima incolpevole, vittima sacrificale di una incultura, una incultura rom, una incultura zingara, basata su un senso troppo forte della famiglia e su un atteggiamento di spregio verso la figura femminile”.