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Cagliari, sgominata baby gang: spaccio di droga e pedopornografia

Christian Campigli
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Un'organizzazione verticistica, ben strutturata e con regole tanto semplici quanto ferree. Gomorra e Scarface come punti di riferimento. Fare soldi, incutere terrore e controllare il territorio. È uno scenario da incubo quello che emerge da un'indagine svolta dai carabinieri di Senorbì, piccolo centro a meno di quaranta chilometri da Cagliari. Dieci adolescenti risultano indagati dalla procura dei minori del capoluogo sardo per spaccio di marijuana in diverse scuole del sud dell'isola. Avrebbero venduto a Senorbì, a San Basilio, a Barrali e a Ortaceus, ai propri compagni di classe, svariate dosi di droga, utilizzando le chat di gruppo per contrattare e fissare gli scambi degli stupefacenti: partite da cinque a duecentocinquanta euro. Gli investigatori hanno anche scoperto delle presunte estorsioni nei confronti di altri ragazzi, che avevano comprato la droga, ma che erano in ritardo sul pagamento.

Uno dei giovanissimi si sarebbe fatto consegnare un gioiello in oro, di proprietà della madre dell'acquirente, con le minacce. Una seconda indagine, ma questa volta coordinata dal sostituto procuratore Andrea Massidda, è invece sulle tracce degli adulti - alcuni della Trexenta e altri del Cagliaritano - che avrebbero venduto, a loro volta, la droga alla banda di minorenni, tutti tra i quindici ed i diciassette anni. Anche in questo caso gli accertamenti sono stati delegati ai carabinieri della stazione di Senorbì. Gli ordini venivano impartiti in delle chat create ad hoc sul programma di messaggistica “WhatsApp”. Ma dal sequestro dei telefoni cellulari dei piccoli delinquenti i militari hanno trovato anche un numero ancora imprecisato di video pornografici, foto e filmati raffiguranti bambini. Per tre di loro è scattata anche l'accusa di detenzione e diffusione di materiale pedo-pornografico. Una vicenda indubbiamente grave, che deve far riflettere e che non può essere raccontata solo come l'ennesimo episodio di cronaca nera.

Perché se adolescenti tra i quindici e i diciassette anni hanno già smarrito la retta via, se sono dediti allo spaccio, alle minacce e allo scambio di materiale pedopornografico qualche domanda va posta. Interrogativi che riguardano certamente le loro famiglie di origine e il controllo che, verosimilmente, è stato bypassato dalla baby gang. Ma anche la scuola, il ruolo da educatori degli insegnanti, prima ancora che di diffusori di nozioni, seppur rilevanti e necessarie. Un contesto da rivedere, a trecentosessanta gradi, acuito dalla didattica a distanza e dai numerosi problemi che ha portato in dote. Perché mai come durante l'adolescenza, i giovani hanno bisogno di una guida, di essere seguiti e, magari, persino indirizzati. Laddove il punto di riferimento culturale è rappresentato dal “Libanese”, scandalizzarsi o anche semplicemente sorprendersi di simili episodi è pura ipocrisia.