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Cesare Prandelli e la depressione, una malattia considerata di serie B

Christian Campigli
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Un male oscuro. Che ti accompagna in ogni singolo attimo della giornata. Che offusca le gioie, amplifica le sconfitte e rende insicuro anche il più vincente degli uomini. Le dimissioni di Cesare Prandelli dalla panchina della Fiorentina hanno evidenziato, ancora una volta, come in Italia la depressione, gli attacchi di panico e ogni tipo di patologia psichiatrica siano ancora oggi visti come malattie di serie B. Il tecnico di Orvinuovi, nella lettera con la quale si è congedato dai propri tifosi, si è messo a nudo, raccontando loro le difficoltà di lavorare in un ambiente ricco, piacevole, ma assai stressante.

Dove ogni singolo dettaglio della propria vita viene analizzato e gettato nel tritacarne mediatico. Dopo la morte della moglie, nel 2007, la vita di Prandelli non è stata più la stessa. Terminata l'esperienza coi viola, ha portato la Nazionale alla finale (poi persa per 4 reti a 0 contro la Spagna) dei Campionati Europei. Poi due mesi con i turchi del Galatasaray, il Valencia (franchigia dalla quale si dimette dopo appena tre mesi), altri sei mesi sulla panchina dell'Al-Nasr, club degli Emirati Arabi, per giungere infine al 2018, quando conduce ad un'insperata salvezza il Genoa. Il 20 giugno dice basta. Non lo comunica alla stampa, ma solo ad una stretta cerchia di amici. L'amore per la città nella quale vive da oltre venti anni lo induce a tornare sui propri passi e ad accettare lo scorso novembre l'offerta del presidente Commisso. In questa storia, solo apparentemente sportiva, vanno ricordati anche i malintesi con la società, che avrebbe voluto vedere in campo, con maggiore continuità, due giocatori pagati a peso d'oro, ma dallo scarso rendimento, come Kouamé e Amrabat. O le promesse non mantenuto durante il mercato di riparazione di gennaio, che ha regalato all'ex mediano di Juventus e Atalanta solo due meteore come Kokorin e Malcuit. Fatti reali, che però sono lo sfondo, il  contorno di una vicenda ben più complessa. Soprattutto da un punto di vista umano. Per capire quanto il nostro paese sia indietro sul tema delle patologie psichiatriche, è sufficiente farsi un giro in rete. E leggere i commenti di tifosi e appassionati. Si va da “con tutti quei soldi non si può essere depressi” a “si vede che non sa vivere, le malattie son ben altre”.

Perché la retorica della volontà di guarigione diventa insopportabile quando si parla del male oscuro, che viene troppo spesso derubricato a semplice stato d'animo. Che va e che va via a seconda della nostra volontà. “Su, ora basta, datti una mossa e rimettiti in pista” o “sei solo un viziato, figlio di questo tempo di rammolliti” sono autentiche coltellate, per chi soffre di depressione. Stilettate che minimizzano una malattia vera, concreta, magari meno visibile di un menisco rotto o di una polmonite, ma che può rovinare l'esistenza. E spingere anche il più forte degli uomini ad un passo (e talvolta anche oltre) dal suicidio. In un ambiente elitario e classista come quello sportivo, dove il mito dell'invincibile è esaltato all'ennesima potenza, aver paura persino di respirare è semplicemente inaccettabile. E trovare una scusa più “sportiva” per le dimissioni di Cesare Prandelli assume il contorno dell'essenziale. Perché quella fragilità, quel malessere deve essere nascosto velocemente. Anche sotto il divano, se necessario. Ma lontano dai riflettori.