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E' morto Aleandro Petrucci, sindaco di Arquata del Tronto. Era un simbolo della lotta per la ricostruzione post terremoto

Giuseppe Silvestri
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E' morto Aleandro Petrucci, lo storico sindaco di Arquata del Tronto, comune in provincia di Ascoli Piceno devastato dal terremoto del 2016. Petrucci era malato da anni, ma combatteva con orgoglio e determinazione per la ricostruzione, alla guida della sua amministrazione, puntando il dito contro l'incapacità dei governi, che non si sono dimostrati all'altezza di dare speranza e segnali di rinascita a chi ha visto la propria vita segnata dal sisma. Avrebbe compiuto 75 anni il 10 gennaio. La notte del 24 agosto 2016 fu tra i primi a diffondere le drammatiche notizie della distruzione e della strage causate dal terremoto. Senza trattenere le lacrime. Nemmeno nei collegamenti in diretta con i telegiornali nazionali. Subito dopo la scossa era già in prima linea, nella speranza di salvare amici e paesani. Arquata alla fine contò 51 vittime. Petrucci risiedeva ad Ascoli, ma di fatto trascorreva le giornate sui Sibillini, nel suo comune. Era diventato un simbolo di chi denunciava l'inesistenza della ricostruzione e la pochezza degli aiuti alle popolazioni piegate dalla tragedia. Aveva messo da parte i colori politici e usato quella franchezza tipica di chi nasce in questa zona degli Appennini. Esternando la sua rabbia senza timori reverenziali, nemmeno davanti al presidente del Consiglio dei ministri o ai commissari straordinari per la ricostruzione. Aveva accolto tutti sotto i resti della rocca, indicando il castello con dolore, dal presidente della Repubblica al Papa. Raccontava che un borgo meraviglioso e amato, in una manciata di secondi era stato trasformato in un cumulo di macerie. Ma Petrucci era segnato soprattutto dalla convinzione che lontano da queste terre, in pochi hanno compreso la portata del dramma e non considerano che una lentissima ricostruzione, si può trasformare nella definitiva condanna a morte per i paesi. "Come si fa a non capire?". Ce lo aveva chiesto nell'estate del 2019, quando il Corriere era arrivato nei suoi uffici dopo un viaggio tra i borghi terremotati del Centro Italia. La sua intervista era stata la più toccante. Drammatica. Uscendo dai locali comunali improvvisati in un prefabbricato, ci sentimmo segnati da quella frase che aveva ripetuto più volte: gli anziani ad Arquata si lasciano morire. Lui non lo ha fatto. Ha combattuto fino all'ultimo. A maggio era stato ricoverato per circa un mese all'ospedale Mazzoni di Ascoli, ma dopo le dimissioni era tornato a lavorare per l'amministrazione. Il fisico provato, l'amarezza perenne, un dolore impossibile da cancellare. Da un pezzo aveva capito che se ne sarebbe andato senza poter vedere la ricostruzione della sua Arquata. I popoli terremotati del Centro Italia piangono un guerriero.

L'intervista pubblicata sul Corriere il 24 agosto 2019

"La vera tragedia è che ormai qui siamo tutti fuori di testa. Vivendo così si perde la cognizione dello spazio e del tempo. E gli anziani si lasciano morire”. Aleandro Petrucci è il sindaco di Arquata del Tronto. Il piccolo borgo del Piceno, 13 frazioni e 1200 anime prima del terremoto, fu praticamente raso al suolo dalla scossa del 24 agosto. In cinquantuno persero la vita sotto le macerie. Ma quella notte fu solo l'inizio della tragedia. Praticamente tutti i residenti hanno dovuto lasciare le loro case. Ancora oggi, a distanza di tre anni, ci sono 11 persone costrette a vivere negli alberghi della costa adriatica: “Lo Stato - spiega il sindaco - spende 1.200 euro al mese per ognuno di loro. Sono quasi 160mila euro l'anno, ditemelo voi: che senso ha?”. Nessuno, ovviamente. Ma è solo uno dei tanti aspetti di un paese di montagna che ogni giorno deve lottare per la sua stessa sopravvivenza. “Qualche tempo fa - racconta ancora Petrucci - è venuto il giornalista di una testata nazionale e mi ha chiesto le statistiche dell'anagrafe. A dire il vero a noi era sembrato che fossero aumentati i decessi, ma non avevamo approfondito. Snocciolando i numeri ci siamo accorti che effettivamente nei tre anni post terremoto è cresciuta la mortalità tra gli anziani. Si lasciano morire. Basta parlare con loro per capire. Ti dicono: ho impiegato una vita per costruirmi una casa, non farò in tempo ad averne un'altra e il mio paese non c'è più. Cosa campo a fare?”.

Il battagliero sindaco, che nel frattempo deve vedersela anche con un cuore che fa i capricci, punta il dito contro le istituzioni: “I comuni colpiti dal sisma non andavano considerati tutti alla stessa maniera. Quelli rasi al suolo, che hanno contato i morti e non hanno più una casa in piedi, dovevano avere priorità rispetto agli altri. In questi tre anni si sono succeduti tre governi e altrettanti commissari della ricostruzione, ma il risultato continua ad essere  sempre lo stesso.  La verità è che gli unici con una marcia diversa sono stati i privati. Diego Della Valle è arrivato, ha annunciato che avrebbe aperto una fabbrica e l'ha fatto: dà lavoro a 44 operai. Ma dobbiamo dire grazie anche al Corriere della Sera, a La Stampa di Torino, a La7, alla Fondazione Specchio dei tempi e ad altre realtà. Loro sono stati veloci e concreti. Hanno ascoltato i nostri bisogni ed agito. Lo Stato, invece, dov'è? Ma ci vuole tanto a capire che questa zona del Centro Italia per non morire ha bisogno di una legge speciale? Di provvedimenti ad hoc, di personale aggiuntivo da assegnare ai comuni andando oltre i contratti a 36 mesi. Noi siamo una piccola amministrazione ma il lavoro si è centuplicato. Di questo passo non ne usciremo più. E io sono persino costretto a mentire ai miei compaesani. Quando li incontro cerco di fare loro coraggio: dai, ce la faremo in 4 o 5 anni. Ma cos'altro posso dire a gente disperata?”.

Il racconto della notte del terremoto è agghiacciante: “Ero con la mia famiglia a Trisungo (una delle frazioni, ndr), felice per la recente nascita della mia nipotina. Il boato. Uscimmo praticamente nudi da casa e ci infilammo in macchina. Poi mi chiamarono al telefono: sindaco devi venire a Pescara, qui ci sono dei morti. Pensavo che erano venute giù un paio delle case più malconce, invece mi sono trovato davanti un'apocalisse. La gente riconosceva la mia voce, mi chiamava da sotto le macerie. Abbiamo iniziato a tirare fuori i feriti, poi i cadaveri. Non sapevamo dove metterli. Ho chiamato l'allora sindaco di Ascoli Piceno, Guido Castelli. Mi suggerì di portarli nell'obitorio dell'ospedale provinciale. Ma poi arrivò il magistrato: potevamo spostare i corpi soltanto con il carro funebre e non con mezzi di fortuna. Li adagiammo lungo la strada, dove rimasero per ore”. La burocrazia fu da subito il nemico numero uno di istituzioni e terremotati. E sembra non voler concedere tregua. La nomina del nuovo commissario straordinario e le vicende politiche nazionali, con il rischio di elezioni, sicuramente faranno allungare ulteriormente i tempi. “Ma un consiglio a quelli che si candideranno a governare il Paese lo voglio dare - dice serio - In caso di campagna elettorale non vengano da queste parti. La gente è furiosa, rischierebbero dal punto di vista fisico”.