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Libia, i pescatori denunciano: "Sentivamo torturare altri detenuti"

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Torture, urla disumane, spari e città fantasma. I ricordi dei 18 pescatori liberati in Libia sono da incubo. "La notte era il momento più brutto, quando si sentivano le urla disperate di detenuti che venivano torturati. I militari li venivano a prendere e subito dopo c’erano le grida disumane. Sembravano bambini" racconta uno dei pescatori. Bernardo Salvo, ad AdnKronos. Nella sua casa di Mazara del Vallo, nonostante l'avvicinarsi del Natale e la ritrovata serenità familiare, i ricordi vanno a quei 108 giorni trascorsi in prigionia. Di notte, all’esterno del carcere "si sentivano in continuazione degli spari"  continua Salvo.

 

 

Poi parla il tunisino Hedi Ben Thameur, un alto pescatore, che prendere da giorni pesanti antidolorifici "perché non mi sentivo più le gambe a furia di dormire a terra, sul pavimento. Con noi c’erano doversi intellettuali, erano rinchiusi in altre celle. C’erano professori, maestri, scienziati, studiosi, insomma intellettuali che erano stati presi dal regime di Haftar. E venivano picchiati, senza motivo". Un altro pescatore Jemmali Farhat, tunisino anche lui, è convinto che i carcerieri di Haftar siano "terroristi dell’Isis". I 18 pescatori, a differenza degli altri detenuti in Libia, non sarebbero stati picchiati. Lo hanno raccontato loro ai carabinieri del Ros durante gli interrogatori. Solo due pescatori, Bernardo Salvo e Gaspare Giacalone, sono stati picchiati il primo giorno perché i loro pescherecci sono scappati e per"’punizione" pestati a sangue.