Valle dei Fuochi, spunta il caso dell'ex vivaio

Piegaro

Valle dei Fuochi, spunta il caso dell'ex vivaio

16.11.2016 - 18:17

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Sostanze killer della vegetazione e degli animali. Capaci di alterare un intero ecosistema. Inquinanti presenti in acque superficiali, falde sotterranee e terreni. Ecco la pista che in queste ore stanno seguendo gli inquirenti nella maxinchiesta in Valnestore. Martedì 15 nuovi prelievi in un pozzo - mai esplorato - e in un laghetto. I reati ipotizzati sono disastro ambientale e grave danno alla salute: il presupposto della tesi d'accusa è che l'inquinamento uccida l'ambiente e rappresenti allo stesso tempo un pericolo per la salute di tutti gli esseri viventi. I controlli in Valnestore ora si concentrano sull'epicentro della contaminazione: vocabolo Trebbiano, dove si trovava la prima discarica autorizzata da Comune e Regione mai messa in sicurezza né "manutenuta" secondo le norme e le prescrizioni ambientali. Dopo il caso delle venti querce morte nel giro di un anno - allorché, alla loro base, venne riportato terreno dell'ex centrale - i carabinieri del Noe (diretti dal capitano Francesco Motta, coadiuvato dal maresciallo Moreno Corvi) e i tecnici dell'Arpa (coordinati da Sara Passeri) hanno affrontato la zona cosiddetta delle serre. Aprendo cioè il capitolo dell'ex centro vivaistico: anche questo, come la Valnestore sviluppo, pubblico al cento per cento e proprietario - secondo i magistrati e come dimostrato dall'inchiesta giornalistica - di gran parte dei terreni posti sotto sequestro perché inquinati. Tutto si basa su prove e testimonianze acquisite nel tempo. Indizi da verificare con analisi e referti. Eccone una: in passato la fonte d'acqua utilizzata per innaffiare le piante del vivaio venne cambiata perché le piante morivano. Il forte sospetto è che il pozzo utilizzato fosse inquinato. Fu creato addirittura un bacino di accumulo per utilizzare acqua di diversa provenienza. C'è chi ricorda questi passaggi ed è anche in possesso di documenti che ne attestano la veridicità. Anche questa testimonianza è stata raccolta dagli inquirenti che hanno attivato la rete dei controlli. Proprio il pozzo dove veniva attinta inizialmente l'acqua è stato oggetto dei prelievi. Ora il vivaio è chiuso. I soldi andati. Ceneri e rifiuti restano. Il centroflorovivaistico di Castiglion Fosco. Di proprietà della ex comunità montana Trasimeno-Medio Tevere, è stato chiuso nel 2014, dopo che erano stati spesi più di 2 milioni e 250mila euro per riammodernarlo. Una strana chiusura. Il dirigente regionale Sandro Marcugini nel bollettino regionale del 4 maggio 2014 determina di "non autorizzare il centro aziendale di Piegaro, in quanto i terreni di proprietà della ex comunità montana, associazione dei comuni Trasimeno - Medio Tevere - e di un privato - non sono in possesso dell'Afor", ossia dell'Agenzia di forestazione nata sulle ceneri delle cinque ex comunità montane sciolte con la riforma. Un'eccezione a livello regionale. Perché? Il passato del vivaio della Valnestore è naturalmente legato a doppio filo con le discariche di ceneri e rifiuti, l'inquinamento dell'area e il caso sollevato dai malati attraverso un esposto sul maggiore tasso di incidenza di patologie tumorali. Quaranta dei 255 ettari sequestrati il 15 giugno scorso nell'indagine per disastro ambientale e danno alla salute ricadono in quel perimetro. E ora la nuova mandata di sigilli, la settimana scorsa, per tutta la ex centrale e la seconda fase di accertamenti. Nelle prossime "puntate", a partire da oggi, è previsto il carotaggio nel piazzale degli impianti sportivi, quello del pozzo all'arsenico, ferro e manganese. E i sondaggi nella sporgenza (cosiddetto dente) del lago grande di Pietrafitta, di proprietà Enel, che è dall'altro ieri oggetto di lavori preparatori per l'arrivo del geomagnetometro.
Alla ricerca di rifiuti speciali sotterrati e di mezzi metallici, anche qui in base a due diverse testimonianze. Sono stati già trovati due trasformatori contenti Pcb, i policlorobifenili, che per la loro tossicità nei confronti dell'uomo e dell'ambiente sono considerati tra gli inquinanti più pericolosi perché difficilmente degradabili.

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