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Professoressa a luci rosse, alunno conferma le accuse

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Alessandro Antonini
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“Sì, avevo una relazione con la prof”. Lo ha ammesso uno dei tre testimoni della difesa sfilati in tribunale a Perugia nel processo della professoressa “a luci rosse”, la docente alla sbarra per violenza sessuale su uno degli alunni. Un collega, un docente, si è rivelato amante dell'imputata. A domanda del pm Giuseppe Petrazzini ha confermato la relazione sentimentale. Sono stati sentiti anche due alunni che nulla però hanno detto sulle relazioni della docente. Studenti compagni di quello che all'epoca dei fatti era uno studente di tredici anni. Oggi è maggiorenne. E' la presunta vittima che davanti al collegio presieduto da Gaetano Mautone (Pazzaglia-Noviello), ha confermato tutte le accuse nei confronti della prof. Non a parole ma con testi e testimonianze. L'accusa che ha messo in evidenza le particolari attenzioni rivolte dall'insegnante verso lo studente, “con tanto di carezze e messaggi bollenti”. Sms del tipo “se vieni a casa mia ti faccio impazzire”. Sul banco dei testimoni nella prima udienza dell'estate scorsa sono sfilati anche le altre parti offese. Il padre e la madre, insieme al ragazzo, sono difesi dagli avvocati Gabriele Binaglia e Carlo Bizzarri. In un'altra fondamentale udienza del febbraio scorso il maresciallo dei carabinieri che ha condotto le indagini sui tabulati telefonici, ha sottolineato “che la prof ha chiamato il giovane via cellulare ben 156 volte, mentre le chiamate al telefono fisso della sua casa erano risultate 88. Infine gli sms, circa 345, nell'arco di quasi tre mesi”. E' stato ascoltato un genitore, responsabile di classe della scuola: “C'erano state delle lamentele nei confronti dell'insegnante per via del suo comportamento particolare, ma nulla di più”, ha sottolineato. La carta della difesa è stata in quell'occasione la presenza del marito della donna. Per il quale era stata al contrario la moglie a subire molestie telefoniche dal giovane studente. I fatti risalgono al periodo che va dal dicembre 2009 al febbraio 2010 in una scuola media del Perugino, “turbato e preoccupato dalla situazione venutasi a creare in classe, a quel punto il ragazzo aveva preferito abbandonare immediatamente la scuola e cominciare a lavorare”.