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Uccisa in casa, nuovi accertamenti per chiarire dinamica

Ale. Bor.
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Sa che, per l'omicidio commesso, la custodia cautelare in carcere è scontata, ma nell'ordinanza del gip Renata Kette ha letto considerazioni che non condivide perché, a suo dire, si discosterebbero dalla “realtà dei fatti”. L'albanese da tempo ufficialmente apolide ha parlato anche venerdì 3 giugno con il suo avvocato, Saschia Soli, che è andata a trovarla nel carcere di Capanne in vista dell'istanza di Riesame che riguarderà alcuni aspetti dell'ordinanza. Con tutta probabilità, la richiesta sarà depositata nei primi giorni della prossima settimana. L'indagata, pur senza negare la gravità di quello che ha fatto, contesta che si parli della sua permanenza nell'appartamento di via Oberdan come di “convivenza forzata”, perché quella convivenza sarebbe stata a suo dire “voluta e accettata” e segnata da “legami forti”, almeno fino a qualche tempo fa. Alla Kette pesano le ricostruzioni che le addebitano di aver sottoposto la vittima della sua furia omicida a continue pressioni per avere soldi. Nega di aver avanzato “pretese” in tal senso: faceva spesa e mangiava grazie ai soldi di Danielle Chatelain, ma ciò sarebbe avvenuto in virtù di quella “convivenza accettata” dove lei si curava della casa e degli animali d'affezione. “Uscivamo sempre insieme, da lei prendevo solo le sigarette”, è la sua verità. Il ricorso al tribunale del riesame punterà a far valere una ricostruzione dell'omicidio che tenga conto del contesto “familiare” e di dinamiche dettate anche dal background dell'indagata. Intanto non è escluso che gli inquirenti si mettano in cerca di elementi utili a chiarire alcuni aspetti in relazione ai quali la confessione della Kette è apparsa lacunosa.