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Uccisa in casa, Renate faccia a faccia con il magistrato

Roberto Minelli
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Hanno convissuto per tre anni, in quella casa, con la figlia Sara, poi morta per malattia. E fino ad allora i rapporti tra Claudine Chatelain, 72 anni, trovata morta con una profonda ferita alla testa, e Renate Kette (detta Renè), 53 anni, in carcere a Perugia con l'accusa di omicidio (premeditato secondo l'accusa), sarebbero stati “tranquilli”. Dopo la morte della figlia di Claudine (e compagna di René) qualcosa si è rotto, fa sapere l'avvocato della Kette, Saschia Soli. Da allora litigi e minacce. Fino all'epilogo tragico di venerdì 27 maggio in via Oberdan. La Soli descrive la vita dell'accusata, arrivata in Italia da apolide sin da piccola, senza genitori. Numerosi gli anni in carcere, ma sempre per reati - fa sapere la legale - contro il patrimonio e per spaccio di stupefacenti. Mai contro la persona. A dire che non era tendenzialmente una persone violenta. Un dettaglio che può suffragare l'ipotesi del delitto d'impeto, strada che potrebbe imboccare la difesa in vista del processo. L'ultimo atto criminale della Kette è una rapina a mano armata, anno 2006, alle poste di Madonna Alta a Perugia. E' atteso il faccia a faccia con il magistrato per la convalida dell'arresto. Il movente ruota attorno alla volontà della vittima, “la svizzera”, conosciuta per il carattere forte, di cacciare di casa Renate. Secondo le testimonianze non sopportava più quella presenza e le liti si sentivano fino negli altri appartamenti. Liti così violente che l'anziana si era già rifugiata da conoscenti, “per paura” perché proprio qualche giorno prima della sua morte Renate l'avrebbe già aggredita, portandole le mani al collo. Tutto sarà più chiaro con l'autopsia prevista nella giornata di martedì 31 maggio. Articolo completo nel Corriere dell'Umbria di lunedì 30 maggio (CLICCA QUI)