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Faida familiare, imprenditore costretto a dormire in macchina

Alessandro Antonini
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Tutto nasce da una verifica su un'arma, un fucile tenuto nel garage. Nel locale all'arrivo della polizia non c'era più: la moglie l'aveva nascosto perché a seguito di un querelle familiare “temeva” che l'arma regolarmente denunciata e detenuta potesse essere utilizzata dal marito. Che però nulla sapeva dello spostamento. Siamo nel 2014. Da qui scatta il verbale della polizia, contestato, ma le denunce intrafamiliari proseguono. Fino a quando il tribunale stabilisce l'allontanamento dell'uomo dalla casa. Gli avvocati di quest'ultimo - un noto ingegnere e imprenditore di Perugia - fanno subito opposizione, a partire dalla prima denuncia contestata, ma la trasmissione degli atti dalla procura al palazzaccio vanno a rilento. Troppo a rilento tanto che le udienze slittano e vengono rinviate. L'uomo frattanto è costretto a lasciare casa, studio di lavoro. Niente soldi per vivere, niente tetto sopra la testa. Così inizia a dormire in macchina. Il combinato disposto delle disfunzioni burocratiche e delle rigide norme sulla detenzione di armi ha innescato un meccanismo irreversibile che l'uomo addebita alla malagiustizia. Sono stati in circa 20mila l'anno scorso - solo quelli monitorati dalla questura locale - i possessori di pistole e fucili detenuti investiti dalla nuova legislazione imposta dalle direttive europee. Si sono visti cioè a presentare tutta una serie di documenti diventati fondamentali per continuare a gestire un'arma. A cominciare dal certificato medico per valutare se esistono tutti i requisiti di idoneità psicofisica. Non sono mancate le sanzioni. Da segnalare il boom di richieste di rottamazione dell'arma che per mille motivi si custodisce, proprio per non incorrere in alcun problema. Perché liberarsene significa non aver più obblighi e quindi non dover presentare quanto richiesto nelle varie scadenze.  Articolo completo nel Corriere dell'Umbria di domenica 21 febbraio (CLICCA QUI)